Una squadra con divise, mascotte, merchandising e perfino uno stadio, ma senza calciatori, è l’Asbury Park FC.

Per alcuni si tratta di un’operazione commerciale, per altri è una vera e propria provocazione. La squadra nasce da uno scherzo, una goliardata. Nel 2013 Ian Perkins, il chitarrista inglese degli Gaslight Anthem, si trasferì a Asbury Park, nel New Jersey, e domandò su Twitter dove fosse il vero “park” in modo da poter organizzare un “pickup game” come lo chiamano negli States, ossia una partita avviata spontaneamente dai giocatori. In pratica non fece né più né meno di quanto non faccia chiunque voglia organizzare una partita di calcetto e non trovi partecipanti. A rispondergli fu Shawn Francis, un social media manager appassionato di calcio, dicendo che il calcio ormai è ridotto a puro consumismo.

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Il successo del fantomatico Asbury Park FC

Da questo scambio di battute nacque l’idea dell’Asbury Park FC, ma in tutta la città non c’era un posto in cui giocare a calcio. Così Perkins e Francis decisero di prendere in giro tutti creando una squadra fittizia, con tanto di logo, in cui apparve la mascotte Tillie, e colori sociali. La cosa deve aver cominciato a funzionare, almeno dal punto di vista dei social media, tanto che qualche tempo dopo l’Asbury Park FC  firmò addirittura un accordo con la multinazionale Umbro per la realizzazione delle maglie ufficiali con tanto di sponsor, la Sameosong (evidente parodia della Samsung). L a prima fornitura, di sole cento divise, esaurì in poche ore.

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Dopo quel primo successo commerciale, i fondatori decisero, come per i più blasonati club del mondo, l’emissione di una maglia speciale. Ne nacque una divisa retrò, con un logo che – secondo Francis – rappresenta “la nostra ricca storia di non esistenza”. Si tratta della Morro Castle,  una nave che rimase vittima di un incendio e si incagliò nelle acque a largo di Asbury Park nel 1934. Anche quella maglia si esaurì rapidamente.

La nascita dello stadio, ma i calciatori?

A quel punto mancava uno stadio. I due fondatori così trovarono uno studente di architettura che, per soli cinquanta dollari, realizzò al computer un rendering di un piccolo stadio sul lungomare della città. Dopo che l’immagine fu postata su Twitter, molte agenzie di stampa raccolsero la notizia e la riportarono come fosse vera.

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E i calciatori? Perkins e Francis pensarono anche a questo. Annunciarono l’ingaggio del franco-canadese Benjamin Geaux-Homme, anch’esso frutto della fantasia, salvo poi rivelare di aver dovuto risolvere il contratto perché il calciatore venne arrestato a seguito di una rissa con alcuni tifosi in un locale della città. Ovviamente anche la rissa era una fake news.

L’insegnamento dell’Asbury Park FC

Da allora il marchio Asbury Park FC si è così diffuso in maniera esponenziale. Non solo per il merchandising. Ha infatti raccolto un orgoglio di  appartenenza che non era rappresentato, visto che la maggior parte delle squadre sportive del New Jersey si autoproclamano invece di New York. Come se il Chievo Verona rinnegasse il suo essere periferia e si dichiarasse squadra del centro città annullando le differenze con l’Hellas. Infatti Francis ha detto “se sei un appassionato di calcio del New Jersey questa è la tua squadra, non è reale, ma a chi importa?”.

Forse importa agli appassionati di calcio. Perché l’Asbury Park FC fa riflettere: è una parodia di ciò che è diventato il calcio moderno, sempre più attento a fenomeni extra sportivi e alle finanze dei club più che ai valori sportivi.