Sono passati ormai più di 40 anni da quel formidabile 1976. In un solo anno Adriano Panatta ha riscritto la storia del tennis italiano vincendo prima gli Internazionali d’Italia a Roma, poi il Roland Garros ed infine la Coppa Davis.  Dopo di lui, nessun tennista italiano è riuscito a compiere una simile impresa.

Terminata la carriera da agonista, Adriano ha deciso di rimanere nell’ambiente sportivo sia come commentatore televisivo che come testimonial per Banca Generali. Infatti, al momento, partecipa all’iniziativa “Un Campione per Amico” allo scopo di attirare sempre più ragazzi a praticare attività fisica. Considerato una leggenda intramontabile del tennis italiano, durante questi eventi rivela ai ragazzi il suo segreto per diventare un campione.

1.      Qual è stata la tua prima esperienza e come è nata questa passione per il tennis?

Sin da piccolo frequentavo il Tennis Club Parioli di Roma perché mio padre, Ascenzio, era il custode. Fu proprio per questo motivo che iniziai a praticare sport, in particolar modo il tennis. Ad essere sincero non è stato un percorso facile, però ho sempre pensato che insieme alla tenacia, alla determinazione e al sacrificio, servisse anche quel pizzico di sana pazzia. Quando scendevo in campo mi concentravo prima di tutto sul divertimento.

2.      Come ti ha cambiato caratterialmente lo sport?

Il tennis è uno sport particolare in cui è importante affiancare alla tenacia anche genialità e tattica agonistica. Quando giochi sei continuamente soggetto ad innumerevoli pressioni. Per questo motivo consiglio sempre a tutti di divertirsi mentre si è in campo. Che si vinca o che si perda si cresce caratterialmente. Solamente accettando la disfatta si forma lo spirito giusto per diventare un vero campione.

3.      Un ricordo bello e uno brutto della tua carriera sportiva

Le vittorie e le sconfitte di fatto contraddistinguono la personalità agonistica di uno sportivo. I momenti brutti, come la perdita di un match, sono in realtà fondamentali per la crescita. Servono a darti la giusta carica così che il prossimo incontro diventi una vittoria. Invece, tra tutti i miei trofei, quello che ricordo in maniera molto significativa è la Coppa Davis.

4.      Allenamenti, infortuni e sconfitte…Quanto è difficile fare il professionista?

Essendo il tennis uno sport sostanzialmente individuale, il gioco di squadra lo fai con te stesso e con la tua determinazione. Se devo essere sincero, quando scendevo in campo, mi divertivo sempre e fortunatamente non ho mai riscontrato gravi difficoltà fisiche durante la mia carriera professionistica. Ho sempre pensato che un atleta non debba mai provare la sensazione di sentirsi arrivato anzi bisogna capire quando è il momento di reinventarsi. Questo, secondo me, è sintomo di maturità ed esperienza sportiva. È proprio grazie a tale atteggiamento che si diventa un campione, ma soprattutto un esempio per i giovani.

5.      Il tennis ti ha regalato anche delle amicizie o c’è troppa competizione?

Questa disciplina mi ha permesso di conoscere tantissime persone e di instaurare altrettante amicizie che ancora oggi ritengo fondamentali. Questa socialità non ha molto a che vedere con il mio innato talento sportivo. Durante la mia carriera ho sempre cercato di portare rispetto a tutti, anche agli avversari che mi hanno battuto.

6.      Insieme a Jury Chechi, Francesco Graziani ed Andrea Lucchetta sei testimonial di “Un Campione per Amico”, qual è il messaggio principale che vorresti trasmettere?

Il messaggio è sempre e solo uno: divertirsi. Ogni anno, tramite la campagna “Un Campione per Amico”, Banca Generali riesce a regalare sensazioni uniche ai giovani che si vogliono affacciare per la prima volta a questo fantastico mondo. In questi anni abbiamo raggiunto numeri importanti in termini di adesioni superando di gran lunga le aspettative. Dopotutto, lo sport è il giusto mezzo per trasmettere ai ragazzi i valori essenziali. Bisogna tenere a mente che i risultati arrivano sempre per chi sa aspettare, per chi ha la giusta tenacia e per chi rispetta il lavoro proprio ed altrui.