Esordio in Serie A1 a sedici anni e secondo palmarès italiano di tutti i tempi dietro solamente al mito Dino Meneghin fanno di Riccardo Pittis un vero e proprio monumento della pallacanestro italiana. L’ex giocatore racconta a TheSportSpirit non solo della sua carriera e della sua professione di mental coach, ma anche di come stia affrontando, con gli insegnamenti dello sport e con lo studio dei meccanismi della mente, questo difficile periodo di clausura.

Com’è stato esordire da giovanissimo con la prestigiosissima canottiera dell’Olimpia Milano?

In un certo senso posso dire di aver avuto due esordi. Il primo, ufficiale, nel gennaio dell’85 quando da appena sedicenne fui aggregato alla panchina per sostituire un mio compagno infortunato. Fu questa la prima di una serie di apparizioni compiute in quella e nella seguente stagione. Il mio vero esordio però risale al settembre 1986 quando, da neanche diciottenne, iniziai a far parte in pianta stabile del roster delle Scarpette Rosse.

Ricordo per “entrambi” i miei esordi l’emozione di un ragazzino nato e cresciuto nell’Olimpia Milano che si trovava a debuttare nell’85 per poi entrare in pianta stabile la stagione seguente. Era la realizzazione di un sogno e c’era quindi quella grande emozione per avere raggiunto un obiettivo che sembrava così lontano. Ricordo inoltre con piacere la piacevolissima sorpresa di sapere come una società così prestigiosa contasse su di me e che mi ritenesse pronto per far parte della prima squadra.

Dei suoi innumerevoli trofei conquistati ne ha uno a cui è particolarmente affezionato?

Premetto con il dire che fare una classifica è impossibile perché ogni vittoria si porta dietro un’emozione indimenticabile. Posso però citarne tre come esempi: lo scudetto del 1987 dove alla terza partita della serie finale fui decisivo per la vittoria del campionato, il che fu la mia consacrazione come cestista di serie A1. Metto poi la Coppa dei Campioni (allora si chiamava ancora così) dell’88 nella quale ebbi la fortuna di giocare la finale disputando una partita importante. Poi c’è certamente il primo scudetto vinto con Treviso nel 1997. Questi tre trofei li metto tutti a pari merito seguiti dagli altri altrettanto belli ed emozionanti.

Durante la sua carriera ha mai avuto l’occasione di andare a giocare in NBA?

C’è stato nel 1990 un interessamento da parte di Portland che inviò in Italia alcuni suoi emissari a seguirmi, i quali mi invitarono al camp estivo del 1991. Decisi di rifiutare perché allora il divario tra cestisti americani ed europei era talmente grande ed incolmabile che sarei andato dall’altra parte dell’oceano per fare panchina. L’idea di limitarmi a guardare gli altri giocare non mi piacque e decisi quindi di stare qua per crescere come giocatore sia in Italia che in Europa. Con il senno di poi posso dire che se questa opportunità fosse arrivata oggi l’avrei presa in considerazione con l’intento, almeno, di provarci in virtù di due fattori: il primo è che il gap tra giocatori USA ed europei adesso si è ridotto; il secondo è il fatto di come ora gli americani abbiano un approccio diverso verso noi europei.

Lei attualmente è mental coach, in cosa consiste questa professione e quando ha iniziato a svolgerla?

In qualità di mental coach devo, oltre ad avere una storia da narrare, anche saperla raccontare, “metterla a terra” e di conseguenza renderla fruibile alle persone che ti ascoltano che fanno parte di un altro mondo, nella fattispecie quello aziendale. Questa mia nuova carriera, come mi piace definirla, è incominciata dopo che ho appeso le scarpette al chiodo ed ho iniziato, dapprima facendo qualche apparizione nell’ambiente raccontando la mia esperienza, e poi, da 6 anni a questa parte, a tempo pieno.

Quanto ha imparato nello sport le è utile in questo suo attuale lavoro?

Lo sport non solo mi ha insegnato, ma è anche il motivo per cui ho deciso di iniziare questo mestiere in quanto già quando giocavo l’aspetto mentale faceva la differenza tra il grande giocatore ed il campione. Al tempo applicavo quelle metodologie che adesso invece spiego, racconto e cerco di fare capire alle persone con la differenza che da sportivo lo facevo inconsciamente. Lo sport, come uso dire, ti permette di fare determinate cose senza che tu te ne accorga.

Una volta smesso di giocare ho voluto quindi capitalizzare tutto tale prezioso bagaglio ottenuto dallo sport ed ho cercato una via che potesse darmi la possibilità di avere gli strumenti per declinare queste lezioni imparate nel basket. Ho trovato questa strada grazie al percorso di coaching attraverso lo studio e, una volta diplomatomi, ho iniziato l’avventura da mental coach.

Come sta vivendo personalmente questo momento così delicato?

Personalmente sto vivendo abbastanza bene questa situazione anche se, ovviamente come a tutti, pesa il fatto di dover stare in casa forzatamente. Mi vengono in aiuto le varie passioni che ho tra cui cucinare e leggere. In più mi dedico anche allo studio per poter rimanere aggiornato nella professione di mental coach. Grazie a tutto ciò le ore, anche se più lentamente, passano ma devo però dire che è una vita fortunata rispetto sia a chi ha contratto il virus che al personale sanitario al quale va il mio ringraziamento per lo sforzo che sta compiendo nel salvare il più alto numero possibile di vite umane.

Lo sport ed il mental coaching le sono di aiuto in questa fase di clausura?

Lo sport mi è di grande aiuto in questo momento perché mi vengono in mente i ritiri precampionato durante i quali era un po’ come stare in carcere in quanto la routine era scandita da allenamenti-albergo-allenamenti con però lo sforzo fisico come valvola di sfogo. Oltre a ciò, dalla pallacanestro ho imparato insegnamenti quali il rispetto delle regole, fondamentale in questo periodo, e lo spirito sia di sacrificio che di squadra in quanto tutti dobbiamo rinunciare a qualcosa ed aiutarci l’un l’altro. Vi è poi il rispetto dei ruoli poiché adesso ognuno di noi deve sapere non solo cosa fare e quale sia il proprio ruolo ma anche cosa non si deve fare perché non è di nostra competenza. Il mental coaching invece mi è di ausilio perché è fondamentale la capacità di padroneggiare i meccanismi della mente in un momento in cui vivere serenamente è una chimera.

Anche l’attuale Campionato di A1 è vittima del Coronavirus, cosa ne pensa a proposito?

Le ipotesi sul tavolo in merito alla conclusione della stagione sono molteplici tra cui quella, utopistica, di cui si discuteva nelle settimane scorse di un ritorno in campo a metà maggio il che vorrebbe dire ricominciare gli allenamenti quindici giorni prima. Personalmente, come giocatore, mi darebbe fastidio che delle persone decidessero della mia incolumità fisica per dei ragionamenti meramente economici ed è per questo quindi che mi auguro, di tutto cuore, che il buon senso alla fine prevalga.