Poliziotti e ragazzi con problematiche difficili collaborano insieme nello stesso equipaggio grazie al progetto di vela solidale Doppiavela Sailing Team

Nella vita abbiamo tutti bisogno di una seconda possibilità specialmente quando a sbagliare sono giovani vittime di situazioni di violenza e di sfruttamento. Questo è l’obiettivo di Doppiavela Sailing Team, il progetto socioriabilitativo a Peschiera del Garda patrocinato dalla Polizia di Stato che aiuta adolescenti con problematiche legate alla legalità e alla dipendenza da sostanze stupefacenti a ritrovare la propria strada. Grazie alla vela e al lavoro di squadra, i ragazzi acquisiscono maggior consapevolezza di sé ed imparano a gestire anche le situazioni più complicate ed avverse.

Una bellissima iniziativa sportiva che aiuta a guardare la vita con gli occhi ricolmi di speranza e che ci viene raccontata nel dettaglio da Domenico Caruso, il referente tecnico del progetto Doppiavela Sailing Team.

Come è nato il vostro progetto solidale e qual è l’obiettivo di questo progetto?

Il progetto Doppiavela è nato a Savona nel 2007 da un gruppo di poliziotti intenzionati a fare delle regate. Subito dopo ci siamo resi conto che questa passione poteva essere messa a frutto per qualcosa di più interessante. Successivamente sono stato trasferito a Peschiera del Garda e mi sono portato dietro anche quest’esperienza.

Il nostro obiettivo è quello di mettere sulla stessa barca due mondi agli antipodi. Ci siamo occupati di ragazzi che avevano problemi con la giustizia e con la tossicodipendenza. Doppia Vela è un progetto che non insegna loro a fare regate, ma cerca di offrire una formazione completa dell’arte marinaresca come, ad esempio, la gestione e la manutenzione del proprio mezzo. Una lunga serie di attività finalizzate a responsabilizzare e consapevolizzare gli adolescenti arrivando a manifestare anche apprensione per le altre persone.

Quali sono di norma i ragazzi che aiutate? Qual è il percorso che fanno all’interno?

Il progetto è unico ed è patrocinato della Polizia di Stato insieme ad associazioni. Tendenzialmente i percorsi sono sempre simili. Si prende contatto con le comunità terapeutiche o il tribunale dei minori e si individua un gruppo di potenziali ragazzi adatti a questa iniziativa. Si comincia ovviamente con lezioni più teoriche sulla sicurezza e sulla meteorologia per poi inserirli a pieno titolo sulle barche. Infine, c’è sempre la parte di cantiere. Abbiamo finalizzato diversi workshop con ditte estere come One Sails Nord Est dove un professionista investe il suo tempo per spiegare ai ragazzi la propria mansione. Per molti di loro il mondo della vela può diventare uno sbocco professionale. È difficile trovare giovani che abbiano dedizione e passione per lavorare in questo ambito.

Come può la vela aiutare questi ragazzi? Quali sono gli insegnamenti che questo sport fa su di loro?

Ogni storia è diversa e negli anni abbiamo avuto a che fare con tante problematiche, ma spesso si notano dei fili comuni. Il mio collega Davide Baraldi è anche uno psicologo e psicoterapeuta e mi ha aiutato a come interagire con loro. Tendenzialmente ciò che li accomuna è la mancanza di comunicazione e di autostima, due aspetti che in barca sono fondamentali. In questo microcosmo devi saperti relazionare, non puoi isolarti perchè sei in continuo contatto con gli altri.

I ragazzi hanno veramente poca dimestichezza con le proprie emozioni, ma durante questo percorso scoprono qualcosa di più su di loro e sulle proprie capacità. Ciò che prima sembrava essere insormontabile diventa pian piano facile con impegno e dedizione. La vela responsabilizza parecchio e quando hanno acquisito tutte queste competenze sono pronti per lo step successivo: il contatto con altre problematiche come disabili o malati terminali.

Quali iniziative state portando avanti in questo momento? E quali avete partecipato nell’ultimo periodo con COVID-19?

Attualmente il COVID-19 è un problema, un grosso problema per la nostra iniziativa. Noi a Peschiera al momento non ci siamo ancora fermati grazie alla comunità Il Soffio di Arco, in provincia di Trento. I protocolli, seppur molto stringenti, permettono loro di fare attività esterna, ma gran parte delle realtà con cui collaboriamo sono ferme.

Domenica scorsa siete stati vittima di un terribile atto di vandalismo, cos’è successo?

Le indagini sono ancora in corso, bisogna ancora vedere se si tratta di vandalismo o di un banale furto. Diciamo che a bruciapelo le modalità ci facevano supporre più un atto vandalico nei confronti della Polizia di Stato. Nei giorni scorsi ci sono state manifestazioni e noi domenica scorsa ci siamo ritrovati le cime tagliate. Per fortuna però la solidarietà ha trionfato e dopo questo spiacevole evento aziende come la Gottifredi e Maffioli ci hanno sistemato e omaggiato delle cime danneggiate ed asportate.

Progetti per il futuro?

Speriamo di poter ricominciare presto con le nostre collaborazioni. Mi piacerebbe sicuramente ripetere l’esperienza dell’anno scorso con una casa di protezione a Verona. Abbiamo regalato una giornata diversa e di relax a donne e madri che fuggono da realtà di violenza domestica.