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El Capitan: una delle pareti più iconiche al mondo

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La montagna-celebrità dello Yosemite National Park che infiamma l’immaginazione degli arrampicatori da più di 50 anni

La parete

El Capitan deve il suo nome al battaglione Mariposa, l’unità della Milizia di Stato californiana che esplorò per la prima volta la zona della Yosemite Valley nel 1851. L’appellativo sarebbe infatti la libera traduzione in spagnolo del nome che i nativi americani indigeni della zona avevano dato alla montagna. Come molte delle formazioni della zona occidentale della Yosemite Valley, El Capitan è costituito per la maggior parte da un granito pallido e granoso, in cui si insinuano alte rocce intrusive come la Diorite e il Taft Granite. Inoltre, essendo stato sottoposto alla ripetuta azione compressiva delle varie glaciazioni che hanno interessato la zona ancor prima di emergere in superficie, il granito di El Capitan presenta una forte tensione interna: il risultato di questa tensione sono i cosiddetti flakes, dei blocchi che si stanno lentamente allontanando dalla facciata principale assumendo una conformazione “a sfoglia”.

El Capitan visto dalle sponde del Merced River


La parete del monolite granitico presenta più di 70 vie di ascesa di grado e difficoltà variabili, e continuano a esserne inaugurate di nuove. Si tratta per lo più collegamenti o aggiunte a percorsi già esistenti. Delle vie ufficiali, la più popolare e rinomata è senz’altro The nose, così chiamata perché divide le due facciate principali della parete, quella sud-occidentale e sud-orientale, come una massiccia prua verticale, o un “naso” roccioso. Altre vie classiche sono il Salathé Wall, il North America Wall, il Dihedral Wall, il West Buttress, il Muir Wall e infine il Dawn Wall, la cui scalata inaugurale in arrampicata libera da parte di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson dopo sei anni di tentativi è raccontata nell’omonimo documentario del 2018.

El Capitan con la via "The nose" visibile al centro della parete

L’impresa di Alex Honnold

È tuttavia un’altra pellicola ad aver aumentato vertiginosamente la visibilità del monolite di granito negli ultimi anni. Free Solo, prodotto dalla National Geographic Partners e vincitore dell’Oscar 2019 come miglior film documentario, narra della preparazione del climber Alex Honnold alla scalata di El Capitan in arrampicata libera senza attrezzature di sicurezza, e della successiva realizzazione dell’impresa. Nonostante Honnold sia uno dei maggiori esperti dell’omonima specialità di arrampicata, la fattibilità di tale scalata era molto dibattuta nella comunità degli arrampicatori, soprattutto a causa del tentativo fallito dello stesso Honnold risalente a sei mesi prima. In tale occasione si era fermato a circa 300 metri dal suolo sul lastrone Freeblast della via Freerider, dove il gonfiore a una caviglia dovuto a un infortunio precedente, unito al freddo e alla precaria tenuta di piedi richiesta da quel tratto, lo fecero desistere dopo meno di un’ora. Il 3 giugno 2017 Honnold è però riuscito a percorrere interamente la via Freerider senza funi e con nient’altro che una manciata di gesso sulle mani, partendo alle 5 e mezza di mattina e conquistando la vetta in meno di 4 ore. Si tratta di una performance assolutamente spettacolare, per la pericolosità della scalata e per la velocità estrema con cui è stata compiuta, ma anche per il fatto che sia stata eseguita su una delle vie più difficili della parete: il sopra menzionato Tommy Caldwell disse che l’impresa di Honnold sta all’arrampicata come l’allunaggio sta all’esplorazione spaziale.