Ho iniziato a giocare a rugby quando avevo nove anni – dice Cristiano – fino ad allora masticavo solo calcio e non sapevo cosa fosse la palla ovale. È stato facile imparare le regole ed inserirmi in un contesto dove prima viene la collettività e solo in un secondo momento le qualità individuali. In questo sport è la voglia di stare in gruppo a fare la differenza, è una peculiarità che non ritroviamo in molti altri contesti.

Le peculiarità del rugby

Se poi si inizia da piccoli, il gioco si trasforma in un percorso formativo in cui è essenziale coniugare impegno e disciplina. Sotto questo punto di vista, giocare a rugby è molto simile alle arti marziali. Le regole sono ferree e le punizioni esemplari. Basta pensare che le decisioni dell’arbitro sono indiscutibili e solo il capitano può chiedere spiegazioni, questa è stata la prima grande differenza che ho trovato rispetto ad altri sport che ho praticato.

È un luogo comune credere che dietro un placcaggio si nasconda un gesto violento, mentre invece anch’esso richiede una tecnica che ne esclude la sua pericolosità. Gli ottanta minuti di “lotta” si trasformano poi in sincronia durante il terzo tempo, un’occasione per discutere con gli avversari della partita davanti ad una birra.

Mi ricordo ancora la prima volta che sono sceso in campo. Non sapevo correre correttamente – ammette Cristiano – Ero parecchi chili in sovrappeso ma ho trovato lo stesso la mia dimensione. Le differenze fisiche sono un vantaggio in questo sport: semplificando, i magri corrono, mentre quelli più robusti aiutano i magri a farlo nelle migliori condizioni possibili.

Essere rugbista è uno stile di vita

Dopo la mia esperienza da giocatore ho deciso di allenare nei settori giovanili ed è lì che mi sono reso conto di molte cose. Ad esempio, nel nostro paese questo sport viene visto come una disciplina sportiva di seconda fascia, tant’è che spesso i bambini iniziano a giocare a rugby perché “esclusi” o ritenuti non idonei in altre situazioni. Questo è un peccato e ci piacerebbe che la gente non considerasse il mondo ovale come una semplice alternativa, bensì come una realtà nella quale tuffarsi ad occhi chiusi.