Maurizia Cacciatori vanta una carriera nel volley ai massimi livelli nazionali ed internazionali nella quale, in oltre vent’anni, ha vinto tantissimo partecipando anche all’Olimpiade di Sidney. A TheSportSpirit apre il cassetto dei ricordi senza tralasciare il suo presente e rivolgendo un messaggio di conforto alla “sua” Bergamo.

Durante la sua lunghissima carriera ha mai pensato a cosa avrebbe fatto una volta smesso di giocare?

Premetto che ho sempre attribuito il giusto valore alla pallavolo la quale mi ha dato tante opportunità, una visione meravigliosa della vita ed una serie di esperienze che mi hanno formata come persona. Detto questo posso affermare di essere stata tra le atlete quella che ha smesso prima rispetto a tante altre mie colleghe proprio perché avevo capito che tutto ha un inizio ed una fine. Dopo aver vinto tanto intuivo come fosse giunto il momento giusto per, come uso dire, “scendere in campo” con altri strumenti. In sostanza ero curiosa di vedermi fuori dal mondo dello sport giocato ed ammetto come fossi anche un po’ stanca di essere considerata solo come “quella della pallavolo”, anche se, a tutt’oggi, continuo ad esserlo. Il ritiro è stato quindi un passaggio naturale, indolore ed infatti nessuno, neanche la mia famiglia, era stata informata di questa mia decisione che ho preso con assoluta serenità. Non ho voluto feste d’addio perché mi procurano tanta malinconia considerando come di triste non ci fosse niente perché era la chiusura di un ciclo e l’apertura di un altro.

Lei adesso è testimonial e motivatore aziendale, come si trova in questa nuova veste?

Questa professione la definisco sia completamente diversa che terribilmente affine rispetto a quella di giocatrice perché ogni azienda, al pari di un team sportivo, deve essere necessariamente una squadra. Ha bisogno di allenare lo spirito di gruppo, la resilienza, la collaborazione e la comunicazione. Queste sono tutte tematiche che nella carriera di sportiva ho inconsciamente sviluppato perché nel momento in cui entri in campo, specialmente vestendo la maglia della tua Nazionale alle Olimpiadi, è come se tu rappresentassi un’azienda. Devi tirare fuori il meglio dalle tue risorse per raggiungere l’obiettivo il che non è altro di quanto succede nel mondo del business. Porto quindi, con grande entusiasmo, alle aziende con cui collaboro tutti i valori che ho accumulato nello sport quali: il team spirit, l’avere ben chiaro l’obiettivo, il saper collaborare e, altrettanto importante, la predisposizione al cambiamento che negli anni del volley ho “toccato con mano” ogni volta che mi trasferivo da un club all’altro.

Poc’anzi ha accennato alle Olimpiadi, che esperienza è stata partecipare a Sidney 2000?

I Giochi sono una competizione completamente diversa da qualsiasi altra e mi piace definirli come un evento a sé stante che ti porta fuori da ogni orbita. A questo proposito mi torna in mente come il nostro allenatore Frigoni ci ripetesse appunto come le Olimpiadi non fossero un torneo come gli altri. In effetti ricordo che quando siamo arrivate a Sidney eravamo in uno stato di quasi shock perché venivamo da una realtà completamente diversa e dovevamo quindi essere capaci di gestire la situazione, soprattutto a livello mentale. L’emozione che mi porterò per tutta la vita del partecipare alla cerimonia d’apertura, il vivere al Villaggio Olimpico, le distrazioni presenti in un evento così grande e l’essere sotto gli occhi di tutti erano circostanze molto complesse, soprattutto alla luce del fatto che poi dovevamo scendere in campo. Bisognava quindi essere capaci di rimanere con i piedi per terra e concentrate ed è forse anche per questo che la nostra Olimpiade è stata, risultati alla mano, fallimentare anche se, e ci tengo a dirlo, siamo state la prima squadra femminile di volley capace di qualificarci ai Giochi.

Ho piacere nel ricordare come al Villaggio potesse capitare di fare colazione seduta vicina ad una star dell’NBA oppure quella volta che, durante una conferenza stampa, mi ritrovai di fianco Carl Lewis il quale iniziò a parlare con me dicendo di amare il volley: in quel momento non nego di essermi sentita come su Marte.

A proposito di Olimpiadi qual è il suo parere sul rinvio di Tokyo 2020?

Sono perfettamente d’accordo con la decisione perché si sta parlando di salute e non ci devono essere altri interessi o situazioni che tengano di fronte a questo. Capisco altresì le difficoltà degli atleti nel riprogrammare la stagione a causa del rinvio, ma proprio il posticipo dei Giochi dovrà essere un motivo in più per esserci nel 2021 per un’Olimpiade che sarà ancora più ricca di significato perché si porterà dentro tutti quei sacrifici e quel dolore che sta vivendo il mondo intero.

A proposito della clausura che stiamo vivendo ha qualche consiglio da dare sul come affrontarla al meglio?

Più che consigli pratici di natura fisico-sportiva mi sento in dovere di suggerire il concetto di allenare la mente tant’è che in questo momento mi capita spesso, parlando con ex colleghe, di paragonare quanto stiamo vivendo ai ritiri precampionato durante i quali trascorrevamo due mesi senza poter tornare a casa. Ricordo come non fosse una situazione semplice perché in quel lasso di tempo stavamo chiuse in albergo ed in palestra. Queste esperienze mi stanno aiutando ad essere salda, sapendo che prima o poi arriverà il momento in cui si potrà tornare ad uscire e, cosa ancora più importante, con la coscienza di come questo sia un percorso che dobbiamo fare tutti mantenendo il più possibile la lucidità nonostante i grandi problemi, anche economici, che stiamo affrontando.

In sostanza il mio messaggio è proprio questo: dobbiamo rimanere saldi perché questo ci facilita ad affrontare il fatto che magari si potrà tornare ad uscire tra due mesi od anche prima. In conclusione, mi rendo conto come, anche in questa occasione, lo sport mi sia di ausilio attraverso il concetto di resilienza, perché no anche quella mentale, per affrontare al meglio l’inaspettato cambiamento che abbiamo vissuto nel passare, in pochissimi giorni, da una vita normale a quella odierna.

Maurizia Cacciatori: "La mia vita tra vittorie, fidanzati e blitz ...

Lei che ha giocato diversi anni a Bergamo ha un messaggio da dare alla popolazione bergamasca in questo tragico momento?

Innanzitutto, mi sento in dovere di dire come Bergamo sia, anche in questo periodo, una città di poche parole e molti fatti la quale mi ha accolta con tanto amore e vedere quelle immagini, con tutte quelle bare, mi procura un male incredibile, a maggior ragione perché tante persone che conoscevo se ne sono andate senza neanche aver potuto salutarle. Sono costantemente in contatto con tantissimi bergamaschi ai quali, a volte, faccio fatica a chiedere come stanno perché so perfettamente quale sia la situazione, ma al contempo sono sicura che, conoscendo il bergamasco, ma questo vale per tutti gli italiani, si avrà una marcia in più per venirne fuori ancora più forti e determinati che mai.