A L’Aquila, in occasione del decimo anniversario dal terribile terremoto del 2009, si è svolto il convegno “Viaggio con la storia del calcio”, promosso dall’Associazione Italiana Cultura Sportiva, nel quale si è parlato dell’importanza dello sport per la ricostruzione post sisma e durante il quale si è tenuta l’ultima tappa del tour itinerante del Museo del Calcio Internazionale. Testimonial d’eccezione è stato l’eroe delle notti magiche di Italia ’90, l’indimenticabile Salvatore Schillaci, il quale ha concesso un’intervista a noi di “The Sport Spirit”, nella quale ha parlato della sua presenza all’evento e di alcuni momenti della sua inimitabile carriera, senza tralasciare la propria opinione su aspetti del calcio di oggi.

Che importanza ha partecipare a questa iniziativa proprio a L’Aquila nel decimo anniversario dal devastante terremoto del 2009?

Per me fare del bene al prossimo è meraviglioso e sono quindi molto felice ed orgoglioso di essere stato scelto come testimonial di questo evento e spero, con la mia presenza, di poter portare un appoggio, soprattutto morale, ed un piccolo sorriso alle popolazioni colpite dal tragico sisma. Personalmente nel 1968 io ed i miei genitori abbiamo vissuto l’esperienza del terremoto a Palermo ed anche se avevo solo quattro anni il ricordo è indelebile; poi negli anni in cui vivevo in Giappone le scosse erano all’ordine del giorno e posso dire che quando si sente tremare la terra sotto i piedi o il letto si prova una sensazione indescrivibile. 

Quale ruolo può giocare il calcio nella ricostruzione post sisma?

Premesso che un terremoto non si dimentica, a maggior ragione se ci sono state  perdite di vite, ritengo che le società potrebbero organizzare delle visite in loco alle popolazioni colpite per farle, in un qualche modo, ripartire e tentare di fare dimenticare, tra virgolette, il disastro.

Il calcio potrebbe poi dare, come è già successo in passato ad opera di alcuni club, un aiuto non solo morale ma anche concreto per esempio versando, attraverso le squadre di serie A e B, una piccola quota ai cittadini per dare loro un sostegno materiale per le perdite subite.

Al convegno vi è stata la tappa finale del tour itinerante del “Museo del Calcio Internazionale”, cosa ne pensa di tale museo?

La ritengo una bellissima iniziativa, ben organizzata e sono veramente felice che la tappa finale del tour itinerante sia proprio a L’Aquila. Il museo è appassionante e regala emozioni a tutti gli sportivi. Penso specialmente ai bambini i quali possono ammirare maglie, una su tutte quella di Maradona, ed oggetti dei propri idoli o della propria squadra del cuore. Personalmente non ho potuto donare niente al museo perché i miei cimeli più importanti li ho già dati alla FIGC la quale li ha poi conferiti al museo della FIFA.

Per lei che è stato l’eroe delle “notti magiche” cosa ha significato giocare un Mondiale in casa? Ha un ricordo particolare legato alla Nazionale?

La mia avventura a Italia ’90 la definisco come una favola perché sono passato in un anno dalla serie B con il Messina alla Juventus, vincendo una coppa Italia ed una Coppa UEFA, alla prima convocazione azzurra e poi al Mondiale. Per me all’inizio il tutto era una grande sorpresa perché la coppa del mondo non era nelle mie aspettative però, una volta ottenuta la tanto voluta e cercata convocazione azzurra, che per me era già un regalo, ho fatto di tutto per mettere in difficoltà il mister per conquistare almeno la panchina. Infatti, durante gli allenamenti ero riuscito a dimostrare di meritarla e poi, grazie a fortuna e opportunità, sono entrato in campo ed abbiamo vinto la partita con un mio goal. Da lì in poi ho conquistato la fiducia del tecnico e di tutti ed è cominciata un’avventura straordinaria che mi ha portato a vincere il premio di miglior giocatore dei Mondiali, la Scarpa d’oro e giungere secondo al Pallone d’oro.

Giocare un Mondiale in casa è un evento straordinario con un’atmosfera che ogni giocatore sogna di vivere e, grazie alle mie prestazioni in campo, sono diventato un eroe per il popolo tant’è che anche oggi, a quasi 30 anni di distanza, la gente quando mi incontra mi dimostra tanto entusiasmo ed affetto.

Un momento particolare legato alla Nazionale che amo ricordare è la prima volta che sono entrato a Coverciano. Per una persona abbastanza timida come me è stata un’emozione fortissima in quanto mi trovavo come compagni giocatori che fino a poco prima erano avversari. Ho quindi cercato di adattarmi alla situazione presentandomi in punta di piedi, facendo amicizia con i colleghi e rispettando tutti.

Lei è stato un pioniere andando a giocare in Giappone a metà anni ’90, che esperienza è stata?

La mia esperienza in Giappone la posso riassumere con due aggettivi: bella e positiva. In quegli anni il calcio giapponese stava crescendo molto grazie a grandi aziende che investivano parecchio nell’acquisto di giocatori di nome soprattutto da Brasile, Francia ed Europa in generale. Io sono stato il primo italiano ad emigrare fin là e devo ammettere che vivere in Giappone è stata un’esperienza, a tratti, anche difficile in quanto i giapponesi hanno un modo di vivere completamente diverso dal nostro, ma, fin dall’inizio, sono stato messo a mio agio avendo avuto a disposizione tutto quello di cui avevo bisogno.

La scelta di emigrare in Giappone è scaturita principalmente dal fatto che mi affascinava l’idea di un’esperienza nuova, in un paese diverso, e certamente anche perché mi avevano fatto un buon contratto in quanto, avendo allora 30 anni, cominciavo quindi a guardare anche al futuro. Ovviamente ero conscio che andando a giocare in un paese così lontano, sia calcisticamente che geograficamente, sarei uscito fuori dai radar del calcio che conta e quindi anche della Nazionale. La mia scelta di allora non è paragonabile a chi oggigiorno va in Inghilterra, Germania o Francia perché giocare nei campionati di tali paesi significa rimanere nel calcio che conta sia a livello di coppe europee che della Nazionale.

Dell’esperienza nipponica uso ricordare una curiosità calcistica e cioè che nella società per la quale militavo, i Jùbilo Iwata, io ed i miei compagni di squadra Dunga e Vanenburg facevamo da allenatori ai nostri colleghi di reparto.

A livello umano e personale dico che è stata un’avventura che ha arricchito il mio bagaglio e mi ha lasciato bellissimi ricordi che tornano in auge quando mi capita, spesso, di tornare in Giappone per eventi o in veste di testimonial. In questi casi è molto bello rivedere ex compagni o dirigenti e capisco di avere lasciato buoni ricordi non solo a livello professionale ma anche umano.

Cosa pensa della VAR?

Io sono sempre stato favorevole alla tecnologia e ad innovare il gioco del calcio in generale perché sia le società che i tifosi investono denaro e mi definisco quindi un pieno sostenitore della VAR la quale ha fatto diminuire gli errori migliorando di conseguenza il calcio. Il football di oggi è molto veloce e l’arbitro è una persona umana che può sbagliare ed è proprio in questo caso che entra in gioco la VAR la quale, come per qualsiasi novità, ha comunque bisogno di tempo per essere migliorata e perfezionata.

Cosa pensa della Nazionale di Mancini? Dove potrà arrivare agli Europei 2020? Vede qualche similitudine con quella di Vicini del ’90?

Roberto Mancini, che conosco bene, sta mettendo le sue idee calcistiche, come faceva già quando allenava le squadre di club, anche nella Nazionale che sta ricostruendo con i giovani e alcuni giocatori di esperienza. Sicuramente il processo avrà bisogno di tempo però posso dire che vedendo le partite di qualificazione agli Europei ne ho viste alcune belle, giocate bene, nelle quali i ragazzi si sono impegnati e dove sono emersi alcuni calciatori nuovi, anche se devo ammettere che la qualificazione era abbordabile in quanto il nostro girone era molto semplice.

Ora arriva il banco di prova degli Europei dove i giocatori dovranno dimostrare sia la qualità di gioco, avendo davanti a sé avversari molto forti, che essere in grado di affrontare l’atmosfera unica di un torneo così importante. Gli azzurri, soprattutto i più giovani, dovranno capire fino in fondo quanto l’esperienza con la Nazionale sia diversa da quella con la propria squadra di club. Il reparto decisivo sarà, come sempre, l’attacco dove Immobile e Belotti su tutti potranno mostrare anche in maglia azzurra le loro qualità tecniche di bomber e, augurandomi che questo succederà, faccio un grosso “in bocca al lupo” agli azzurri.

Al momento non riesco comunque a vedere similitudini tra questa Nazionale e quella del ’90 perché quella di Vicini è molto difficile da replicare in quanto composta da grandi calciatori dotati di grandissima qualità e tecnica. Quella di Mancini è una Nazionale giovane, figlia di un calcio diverso rispetto a quello degli anni ’90, dove i giocatori, che a livello fisico stanno bene, corrono molto ma hanno ancora tanto da dimostrare. Ritengo poi fondamentale non solo i singoli ma il gruppo ed è per questo che penso sia molto difficile bissare non solo la squadra del ’90 ma anche quella del “Mundial ’82”. Certamene poi sappiamo che nel football c’è dietro l’angolo la possibile sorpresa come ad esempio con la nostra inaspettata vittoria ai Mondiali del 2006: il bello del calcio è anche questo.