Silvia Panico non è solo una grande sciatrice capace di vincere ben due titoli italiani nella categoria Master nel 2019 ma soprattutto una mamma e moglie che sta affrontando, con la stessa grinta che mette nello sci, la battaglia contro la malattia. A “The Sport Spirit” racconta di sé, delle sue vittorie e dell’attualità del “Circo bianco”.

Che sensazione ha provato nel diventare campionessa italiana in ben due specialità e terza in un’altra?

Premetto che due anni fa mi sono ammalata di cancro e per combattere la tristezza della malattia ho accettato, felicemente, la sfida di partecipare ai campionati italiani. Sono entusiasta delle vittorie ottenute perché mai avrei pensato di raggiungere tali risultati in quanto da giovane ho svolto attività sciistica agonistica ma poi ho smesso causa maternità; solo dieci anni fa, su idea di una mia amica, mi sono detta “Ci provo” e mi sono avvicinata al mondo delle gare categoria Master. Dopo i successi ai Campionati Italiani 2019 sono stata premiata come migliore atleta dell’anno ed ho poi preso parte ad una gara di Coppa del Mondo a Pila giungendo prima in slalom speciale e terza in gigante e super G. Il prossimo step sarà la partecipazione alle Olimpiadi Master in programma a Gennaio ad Innsbruck.

A proposito di Olimpiadi cosa ne pensa di Milano-Cortina 2026?

Da torinese quale sono posso dire che sarei stata favorevole ad un “Torino bis” o al massimo ad una compartecipazione di Milano sostanzialmente per due ragioni: la prima è la vicinanza degli impianti alla città il che, come già successo per i Giochi del 2006 che avevano reso Torino una città fantastica ed allestita alla perfezione per l’evento, avrebbe permesso agli atleti di non fare chilometri e chilometri per raggiungere le sedi di gara. La seconda ragione è che sarebbe stato meglio sfruttare quegli impianti già costruiti per Torino 2006; mi riferisco non solo alle piste da sci ma anche, per esempio, al Pala Alpitour che avrebbe bisogno solo di piccole modifiche per ospitare nuovamente un evento come le Olimpiadi.

Come è a detta sua lo stato di salute della squadra azzurra di sci?

Alcune delle nostre atlete della nuova generazione le ho conosciute personalmente e posso dire che sono determinate ed infatti stanno conquistando risultati importanti con, una su tutte, Sofia Goggia che ammiro moltissimo. Gli uomini, di cui ne abbiamo pochi competitivi, stanno vivendo una situazione diversa nella quale vedo Dominik Paris come forse l’unico che possa fare risultati di rilievo potendo anche, a mio parere, concorrere alla conquista della Coppa del Mondo Generale. Paris ha talento, è molto determinato ed ha sempre dimostrato che si gioca molto bene le chances che ha nella sua specialità.

A proposito di sciatori talentuosi ritengo che ce ne siano pochi con il rischio, purtroppo, di rovinare alcuni di loro per colpa sia dei genitori che dell’indotto che li circonda che cercano di forzare la mano. Ricordo che gli atleti, non essendo tutti dotati di un carattere sufficientemente forte, possono reagire diversamente a delle situazioni, come per esempio alla classica sgridata del proprio allenatore, e vedere così pregiudicata una carriera caratterizzata non solo da passione ed entusiasmo ma anche da tante rinunce. Il vero disastro è quando si appendono gli sci al chiodo perché molti di loro non hanno studiato trovandosi così a mani vuote, in considerazione anche del fatto che i guadagni di uno sciatore sono veramente minimi.

Ha qualche aneddoto o curiosità riguardo il “Circo bianco”?

Mi piace ricordare l’evento benefico che si ripete ogni anno a Champoluc, località dove uso allenarmi assieme a Pila ed altre, al quale partecipano numerosi campioni di sci i quali effettuano una gara esibizione seguita da una cena benefica i cui proventi vengono destinati all’associazione di Bebe Vio; il tutto è organizzato da Kristian Ghedina, il vero e proprio “boss”, il quale è una persona splendida con un cuore infinito che dimostra ancora una volta come gli sportivi siano la categoria che dona di più al mondo.

Ha un atleta in particolare al quale si ispira?

Io stravedo per Sofia Goggia perché è umile, semplice, determinata e con un carattere da leone. Lei è arrivata dal nulla con un sogno, detto quando era bambina, di gareggiare un giorno in Coppa del Mondo: quel sogno è diventato realtà. Personalmente apprezzo molto la sua grande disponibilità nei confronti dei tifosi, al contrario delle atlete americane che sono inavvicinabili; a tal proposito mi piace ricordare di averla vista più volte alle seggiovie al mattino presto e stare diversi minuti a firmare cappellini e caschi a tutti i bambini che glielo chiedevano.

Quanto è utile lo sport nel fronteggiare la malattia di cui soffre?

Posso dire che in questa battaglia che sto affrontando da due anni sono importantissimi parimenti lo sport e la mia famiglia; praticare attività sportiva è fondamentale perché fisicamente ti tiene attivo ed infatti il medico che mi ha in cura mi ha detto che se non fossi stata così in forma mi sarei ridotta ad una “candelina” a causa dei cicli di chemioterapia a cui mi sottopongo. Inoltre lo sport evita di chiudersi in sé stessi che è, a detta mia, il rischio maggiore; infatti il problema non è la malattia in sé ma il fatto che ti devasta come persona perché non sei più te stessa. La malattia ti cambia facendoti passare da una bella ragazza quale eri ad essere quasi insignificante ed è proprio qua che entra in gioco lo sport il quale ti tiene la testa impegnata dandoti uno scopo, un obiettivo ed aiutandoti ad affrontare il male in maniera diversa pur, devo ammetterlo, con fatica. A proposito di ciò voglio ricordare con grande piacere che nel reparto dove sono in cura le mie “compagne di malattia”, come mi piace chiamarle, hanno deciso di copiarmi iniziando a praticare attività fisica.

Ha un messaggio da dare a chi sta combattendo la sua stessa battaglia?

Bisogna guardare avanti ed affrontare la malattia nel miglior modo possibile avendo degli interessi senza i quali ci si siede e si comincia a dire “Non ce la faccio”, “Non so”, “Vedrò” ecc… Non si deve affatto piangersi addosso ma reagire per il bene nostro e di chi ci è vicino senza essere compatiti come avviene da due anni a questa parte con gli atleti che incontro sulle piste i quali non mi chiedono mai come sto ma mi danno un grande bacio e mi dicono che sono forte trasmettendomi calore umano senza mai giudicarmi.

Per tutte queste ragioni mi reputo quindi la persona più felice del pianeta non importandomi cosa succederà domani; infatti guardo al futuro a rendere felici e sereni i miei figli e le persone che mi sono accanto.