Graziano Cesari, ex arbitro di livello internazionale e volto noto della tv, ci concede un’intervista nella quale ci dice la sua sul mondo arbitrale spaziando da temi di strettissima attualità ad aneddoti accaduti durante la sua lunga ed intensa carriera.  

Perché ha deciso di diventare arbitro?

Ho deciso di fare l’arbitro per svolgere attività fisica. Mi ricordo che nella mia città vidi una locandina che reclamizzava, al motto di “Un modo diverso di fare sport”, un corso per diventare arbitro. Quindi mi iscrissi a tale corso ed il mio obiettivo iniziale era di poter arrivare ad arbitrare in Promozione perché lì sarei stato affiancato dagli assistenti che invece nelle categorie inferiori, per esempio in Prima Categoria, non c’erano.

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Veniamo alla stretta attualità, cosa pensa del VAR?

Sono sempre stato favorevolissimo ad aiutare l’arbitro con un sistema tecnologico di grande affidabilità. La velocità del gioco e delle tattiche hanno raggiunto un livello tale che non sono più sopportabili per un arbitro. Risulta quindi inevitabile un aiuto tecnologico che dia sicurezza anche ai calciatori, non solo ai direttori di gara.

Bisogna però lavorare sul protocollo di applicazione del VAR in quanto, a causa degli errori che ci sono stati nella stagione appena conclusa, necessita di essere ulteriormente modificato, ampliato e semplificato. Infatti ad inizio del prossimo campionato ci saranno già le prime modifiche sul fallo di mano che deve essere a mio avviso un fallo “semplice” e non come è adesso un fallo “complesso”.

Un altro elemento che considero importante per perfezionare l’esperienza VAR è di avere quanto prima un direttore di gara “varista” cioè un arbitro specializzato a fare solamente il VAR. In sostanza ci dovrebbero essere due categorie: l’arbitro ed il “varista”.

Quando arbitravo non c’era il VAR ma avrei voluto fortemente averlo perché mi avrebbe evitato l’errore sul goal non visto a Bierhoff a Torino e sull’espulsione di Van Basten.

Gli arbitri svolgono una preparazione atletica e tattica?

Certamente e posso dire che nei decenni sia l’una che l’altra si sono considerevolmente evolute. Per esempio al mio primo anno in Serie A, nel 1990, venne introdotto per la prima volta il ritiro precampionato anche per noi arbitri. Durante tale periodo di due settimane ricevemmo una formazione tecnica ed una preparazione fisica oltre che spiegazioni tattiche da parte di un allenatore.

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Ora il tutto si è ulteriormente evoluto e gli attuali arbitri hanno a disposizione un gruppo di preparatori atletici, nutrizionisti ed innumerevoli video di partite per studiare la tattiche ed i moventi corretti da tenere in campo.

Il prossimo step è l’aiuto psicologico perché, particolarmente in un campionato come il nostro, le tensioni a cui è sottoposto un arbitro sono molteplici. Basti pensare allo stress che vi è fin dal momento della designazione, durante ed al termine della partita specialmente in caso di direzione di gara macchiata da errori. Ma, a mio parere, l’aiuto psicologico deve esserci anche in caso di una gara arbitrata bene perché c’è il rischio che l’arbitro si esalti troppo.

Preparazione atletica e tattica oltre all’aiuto psicologico sono quindi elementi funzionali a preparare al meglio l’arbitro il quale deve essere soggetto, a mio parere, al solo criterio meritocratico e non geografico; il nostro campionato è durissimo e non ci si può accontentare di arbitri normali, servono arbitri bravi e meritevoli.

Come si capisce se un arbitro è bravo?

Un arbitro è bravo quando, in una situazione di grande difficoltà, non modifica il suo modo di arbitrare. In sostanza deve mantenersi in perfetto equilibrio il che porta ad  avere credibilità nei confronti dei giocatori e del pubblico.

Se un arbitro modifica il proprio modo di arbitrare durante una partita significa che ha qualcosa da farsi perdonare. Questo succede sovente quando il direttore di gara cambia modo di arbitraggio tra il primo ed il secondo tempo. Tale cambiamento è deleterio perché i calciatori dovranno a loro volta modificare il modo di giocare. L’esempio classico dell’arbitro bravo è colui il quale, a parità di fallo, prende la stessa decisione sia per il giocatore della squadra A che per quello della squadra B.

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Ha qualche retroscena riguardo il rapporto con gradi campioni?

Ne dico due che fanno comprendere benissimo quale rapporto si instaura tra arbitro e giocatori, nella fattispecie campioni. Il primo riguarda la partita Atalanta-Brescia al termine della quale Carrera, capitano dell’Atalanta e Baggio, capitano del Brescia, si mangiarono una torta nel mio spogliatoio e poi proseguimmo a parlare tra di noi. Diciamo che in quell’occasione ci fu una sorta di terzo tempo molto divertente e piacevole!

L’altro episodio avvenne al termine di Cagliari-Lazio; io collezionavo maglie e mi mancava solo quella della Lazio, quindi al termine della partita chiesi a Signori e Casiraghi di fare uno scambio: io davo a Casiraghi la maglia dell’assistente che lui voleva per la sua collezione ed io in cambio avrei avuto la mia agognata maglia della squadra capitolina.

Per quanto riguarda il rapporto in campo mi ricordo che ci si dava del tu, io ero chiamato Graziano ed a mia volta chiamavo per nome campioni come per esempio Totti. A mio parere non si manca di rispetto a dare del “tu” ad un giocatore, anche se molto famoso; avere grande considerazione per la maglia che indossa, per la professionalità che mette in campo oltre a capire le esigenze da calciatore sono i veri comportamenti che portano ad avere rispetto per il giocatore.

I due episodi di cui sopra, che se capitassero oggi sembrerebbero incredibili e si griderebbe allo scandalo, rappresentano molto bene come dovrebbe essere anche oggigiorno il rapporto tra arbitro e giocatori. Io uso dire che non è il calcio ad essere cambiato ma sono le situazioni esterne ad esso ad essere mutate.