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Jim Clark per me, ricordi di un adolescente

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Il 7 aprile del 1968 ad Hockenheim scompariva Jim Clark, uno dei campioni assoluti dell’automobilismo di sempre

Sono nato con la passione per i motori e per le corse. Non credo solo perché mio nonno era stato il primo concessionario di auto in Abruzzo ma, senz’altro, avere assistito alle ultime edizioni della Coppa Acerbo, sul circuito di 25 km di Pescara, con tanto di “kilometro lanciato” dove Fangio aveva superato i 310 km/h, aveva acceso ogni fantasia possibile, anche inconsapevole, di me che avevo meno di 10 anni.

Salterellando tra fantasia e leggenda, non mi lasciai sfuggire l’occasione di assistere dal vero al Gran Premio d’Italia, in quello che per me, oramai sedicenne, non era un autodromo, ma il Santuario di Monza! 

Wikimedia Commons

Quindi, quando mi fu regalato un biglietto-ingresso box del GP di formula 1 non stavo in me. L’anno era il 1967 e  avrei visto correre John Surtees (unico a vincere mondiale moto e F1), Bruce Mc Laren (non ancora costruttore), Jack Brabham (lui lo era già), Dennis Hulme (che avrebbe vinto il titolo dell’anno), Dan Gurney (americano lui e americana la sua Eagle), Pedro Rodriguez (aveva una BRM 16H cioè due motori accoppiati della ex f1 da 1,5 litri, un baraccone inguardabile!), Graham Hill, dandy si, ma con un piede pesantissimo, Chris Amon (il ferrarista noto per la sua costante e inossidabile sfortuna), Jackie Stewart (con quegli occhi sottili da predatore) e poi Giancarlo Baghetti, Jo Siffert, Ludovico Scarfiotti, Jochen Rindt, Jacky Ickx. Mancava solo Lorenzo Bandini, che solo 4 mesi prima avevamo visto tutti nel suo drammatico rogo in diretta TV a Montecarlo. 

Ma io già stravedevo per Jim Clark, mia leggenda terrena e inarrivabile, l’eroe al quale assomigliare, per quel mix di audacia estrema e sobrietà che era anche la sua cifra di guida, pulita, ma maledettamente efficace.

Wikimedia Commons

Avevo la macchina fotografica perché non un secondo di quella favola volevo perdermi e per poco non ci rimisi la pelle: allora si poteva girare con facilità estrema in aree oggi impensabili, tanto che, in piena corsa, con la mia preziosa Ferrania ero entrato in pista dal cancello principale, quello che dava sul traguardo e che, di conseguenza, era sulla linea di accelerazione all’uscita box, proprio mentre usciva Rodriguez! Mi ero sporto ancora un pochino, quel tanto che bastava per fare una foto per me eccezionale, ma altrettanto, forse, per essere “stirato”. Mi sentii tirato indietro per una spalla e, nel dubbio, ringrazio ancora lo strattonatore misterioso! 

La corsa fu veramente un qualcosa di fuori dall’ordinario: Jim Clark che guadagna un intero giro a tutti quegli altri fenomeni! 

Ma non era ancora finita! A mezzo giro dal termine Clark si ferma senza benzina e vince Surtees. Audacia, eccitazione, coraggio fuori dal comune e poi delusione e amarezza, ma ingresso nella leggenda. Credo che, a tutt’oggi, sia considerato il Gran Premio più avvincente di tutti tempi e, per me, definitiva consacrazione a idolo inarrivabile.

Come tutti allora avevo ammirato questa impresa e avevo esultato, ma solo diversi anni dopo, quando io stesso correvo in moto (il mio n° 71 era lo stesso con cui aveva iniziato Jim), compresi meglio che razza di cosa straordinaria aveva fatto, tanto più che la pista era ancora “lo stradale” originale, cioè senza nessuna delle chicane che ci sono oggi, quindi fuori dalla parabolica fino al curvone (con il suo simpatico muro di cinta a un passo sull’esterno) da fare in pieno, poi le Lesmo 1 e 2 e la Ascari, dove si faceva “il tempo” (per forza, erano le uniche curve!) per tornare alla parabolica.

Portrait – 28th June 1958 Rest-and-be-Thankful hill climb 1st. © Graham Gauld

Solo un anno più tardi, il 7 aprile, Jim Clark rimaneva vittima di quel misterioso e fatale schianto ad Hockenheim. 

Non mi vergogno ad ammettere che ancora oggi mi emoziono quando penso a Jim Clark.

Di Marco Faieta