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Kaba Corapi: pole dance e cucina

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Ecco come una chef di grido concilia lavoro e attività fisica. La storia di Kaba Corapi

Oggi raccontiamo la storia un po’ particolare di Kaba Corapi, non quella di una campionessa ma di una donna che concilia la pole dance con un’intensa attività professionale in qualità di chef (è stata anche ospite fissa a “La Prova del Cuoco” su Rai1 tra il 2018 e il 2019).

Come ci riesce?Non è facilissimo – risponde – anche perché il lavoro da chef è molto duro fisicamente e poi ho anche due figli, uno di dieci e l’altro di tre anni ma la passione per la pole è tale che il tempo per allenarmi lo trovo perché è tempo che trovo per me. La pole dance è la mia fuga, la mia oasi felice. Ho la fortuna di aver trovato una palestra che è un bellissimo ambiente, dove si praticano anche altre discipline acrobatiche e dove ho trovato grande complicità e collaborazione con la mia insegnante e le compagne di corso. A volte vado a lezione un po’ forzandomi ma poi stacco mentalmente ed essere lì, sul palo, mi fa sentire bene fisicamente e psicologicamente. La pole è uno sport speciale, da far conoscere. Durante il primo lock-down ho sofferto la mancanza della palestra in maniera terrificante. Ci siamo organizzate con lezioni online di potenziamento e stretching ma non era la stessa cosa. Quando è arrivato il secondo lock-down mi sono decisa a comprare un palo da montare a casa per avere la possibilità di esercitarmi”.

Kaba, cucina e pole dance

Ci racconta com’è arrivata a essere uno chef? E da dove viene il suo nome così particolare?Il nome Kaba è di famiglia. Si chiamava così mia nonna da parte di padre. Il cognome Corapi denuncia origini greche. Sono nata in Calabria; ho vissuto in Valtellina da piccola e poi di nuovo in Calabria seguendo gli spostamenti lavorativi di mio padre che era medico. La mamma, invece, è siciliana. All’Università di Bologna mi sono laureata in giurisprudenza e a Roma, dove vivo da più di venti anni, ero venuta per frequentare una scuola di specializzazione sul notariato. Ho anche ottenuto l’abilitazione per esercitare l’avvocatura ma non ho mai esercitato. Fin dai tempi dell’Università ho frequentato corsi ci cucina e di enologia. A Roma ho incontrato una persona che mi ha dato l’idea che avrei potuto fare cucina in maniera diversa da quella tradizionale, cioè all’interno di un hotel o di un ristorante. Allora mi sono buttata a frequentare stage e corsi di preparazione. Il risultato è che dal 2008 sono una personal chef e mi occupo anche di consulenza per la ristorazione e di divulgazione”.

Cosa fa una personal chef e cosa vuol dire essere una consulente nel campo della ristorazione?Un personal chef è un cuoco professionista che lavora a ingaggio. Ad esempio, “Cucio su misura” un servizio di cucina per un cliente privato che mi chiama per qualche sua esigenza particolare: una cena importante, una piccola festa in casa… Io valuto chi è il cliente, chi sono gli invitati, dove si tiene il servizio e, analizzato il tutto, propongo la mia idea. Lavoro anche con aziende che intendono fare esperienze di team building con i loro addetti o che organizzano piccole convention. Essere un consulente per la ristorazione per me vuol dire seguire gli start up di nuovi ristoranti o altre realtà “ibride” nelle quali sono comprese proposte legate al cibo. Creo anche eventi. Ad esempio, assieme al noto critico cinematografico Boris Sollazzo, abbiamo dato vita a “cinecene”, serate durante le quali cucino piatti legati al film in proiezione. E’ una contaminazione culturale. Chiaramente, a causa della pandemia ci siamo fermati ma speriamo di riprendere presto”.

Quattro anni fa, la pole dance

In mezzo a tutto questo, la pole dance. Quando ha iniziato?Quattro anni fa per un paio di mesi ma poi è nato il mio secondo figlio e mi sono fermata. Ho ripreso ma, a causa di alcuni problemi di salute e poi dei lock-down mi sono allenata davvero a singhiozzo. Tutto è iniziato, come detto, quattro anni fa. Ero uscita a prendere un aperitivo con un’amica che me ne parlò in maniera entusiasta. Fu come mi si fosse accesa una lampadina. Io, avevo praticato danze orientali fino a cinque o sei anni prima e venivo da un periodo di stop durante il quale avevo provato altri sport che mi annoiavano mortalmente. Invece, della pole dance mi sono innamorata fin dalla prima lezione”.

Ha mai pensato di gareggiare?Parteciperò alle semifinali di Coppa Italia Csen d’inizio settembre tra le Emergenti Prima Categoria e sarà la mia prima gara in assoluto. In realtà non sono per niente competitiva ma quando la competizione è sana ci può stare. Partecipare alla Coppa Italia per me è più un modo per fare esperienza e per superare i miei limiti. Amo la pole dance anche perché mi costringe a confrontarmi con le mie paure e la cosa bella è che i risultati arrivano sempre, col tempo, e i limiti personali si spostano in avanti. C’è il giorno in cui non riesci a fare nulla ma la pole ti educa anche a questo. Basta non autoimporsi blocchi mentali perché, con prudenza e continuità, si può arrivare a fare tanto”.

Un piatto ispirato alla pole dance

Quali sono i suoi obiettivi futuri nella pole?Continuare a divertirmi. In gara spero di dare il massimo ma quello che m’interessa è migliorare perché mi piace farlo, non per la gara. Nella pole, tu sei esposta, il tuo corpo è al centro del palco e, in realtà, questo funziona come un sostegno per l’autostima perché stai facendo una cosa che ti mette in gioco come non pensavi di poter fare. Scopri che puoi andare oltre”.

Il suo sogno come chef?Eeeehhh… ho talmente tanti progetti nel cassetto. Sto studiando dei format a livello nazionale e internazionale. Sto utilizzando il mio lavoro anche per fare cose diverse come progetti nel sociale e d’inclusione, sui quali sto lavorando tanto. Parto dal concetto che il cibo ha il grosso potere di agevolare la comunicazione. Parla al cuore e alla testa delle persone”.

Se dovesse cucinare un piatto legato alla pole dance, cosa le verrebbe in mente?Nella pole dance c’è armonia di contrasti: grazia e leggerezza combinate con la forza. In questo senso, dovrebbe essere un piatto che abbia queste diversità, anche nella consistenza. Potrebbe essere una pietanza delle isole Egadi, reinterpretata: una minestra di crostacei. Un piatto che nasce da ingredienti poveri ma è ricco nel gusto e nel sapore, con una base calda che sa di tepore nella quale inserire parti di crostaceo a crudo. Alla base tradizionale, io poi aggiungerei qualche “twist”, cioè qualche spezia che non fa parte del piatto originale ma che segna un cambio di stile”.

di Flavio Semprini