Jacques e Gilles Villeneuve; Nico e Keke Rosberg; Graham e Damon Hill… sono tante le dinastie che hanno affrontato il mondo delle corse in automobile ai massimi livelli. L’archetipo di tutte è rappresentato da Antonio e Alberto Ascari, un padre e un figlio velocissimi, accomunati da un destino tragico e incredibile.

Antonio nasce il 15 settembre 1888 a Bonferraro, una frazione del piccolo Comune di Sorgà, nel veronese. Il padre è commerciante di granaglie e ha nove figli. La vita non è facile per una famiglia così numerosa e ben presto gli Ascari si trasferiscono a Milano che già in quel fine secolo appare come la “capitale del lavoro” italiana. Antonio, una gran voglia di studiare non ce l’ha (un giorno, addirittura, brucia la barbetta del maestro che si era appisolato sulla scrivania), però lo appassionano i motori. Quando era ancora nel veronese, poco più che bambino, si dilettava nel riparare trebbiatrici e trattori. Perciò, quando uno dei suoi fratelli più grandi gli trova lavoro alla fabbrica di automobili De Vecchi, Antonio tocca il cielo con un dito: potrà occuparsi di motori, la sua passione, e farne una professione.

Ricordando Antonio Ascari | Stefano d'Amico

La passione per i motori

E che sia bravo nel suo lavoro lo conferma la stessa De Vecchi: dopo qualche anno gli affida l’incarico di aprire una succursale in Paraguay, una grande responsabilità. Ascari parte pieno di speranze e accompagnato da un fratello ma il viaggio e il soggiorno si rivelano infernali. Il fratello muore di febbre gialla e, dopo due anni, Antonio torna a Milano per restare alla casa madre. Fosse andata in un altro modo, forse non avremmo avuto Antonio Ascari pilota.

A iniziarlo al mondo delle corse è un noto collaudatore dell’epoca, Ugo Sivocci, che gli mette a disposizione un’auto per partecipare alla sua prima gara, un criterium di regolarità a Modena. Niente di che, ma intanto il ghiaccio è rotto. Arrivano però gli anni duri della prima guerra mondiale e le contemporanee difficoltà produttive ed economiche. La De Vecchi chiude e Ascari decide di assumere una rappresentanza dell’Alfa Romeo a Milano. Dopo quella prima gara nel modenese, la passione per la velocità l’ha preso. Deve solo riuscire a inserirsi nel giro “che conta”. E nel frattempo si allena da solo, imparando i segreti della guida.

L’occasione che cambiò la vita

La storia che si è tramandata fino ai nostri giorni, vuole che l’occasione arrivi proprio nel 1918, quando Antonio ha già trent’anni. Succede che dopo una gara a Cremona, Ascari si fermi a salutare Giuseppe Campari, che già all’epoca era uno dei piloti italiani più quotati (avrebbe poi vinto, fra le altre cose, due titoli italiani; due volte la Mille Miglia e due volte il Gran Premio di Francia). Campari non ha vinto ma Antonio non può esimersi dal fargli i complimenti e, nello stesso tempo, stuzzicarlo: “Lei ha fatto una gran corsa – gli dice – ma sarei capace di guidare anch’io come lei”. “Davvero? – risponde Campari – perché non proviamo?”. Detto fatto, i due si sfidano subito in una gara a due su strada aperta. L’incredibile è che la spunta Ascari a bordo di una Fiat.

L’anno dopo, siamo nel 1919, Antonio Ascari entra ufficialmente nel mondo delle corse. In realtà, è piuttosto sfortunato nei suoi primi anni da pilota: molte rotture, tanti ritiri, diversi piazzamenti ma mai una vittoria. Sono gli anni nei quali si fa le ossa. La sua carriera esplode definitivamente nel 1924. Nel Gran Premio d’Europa a Lione è in testa ma la sua Alfa Romeo rompe e la vittoria va al compagno di scuderia Campari (toh! Chi si rivede…). La critica e il pubblico lo acclamano come vincitore morale.

La gara seguente è il Gran Premio di Monza e qui Ascari compie una magia: rimane in testa dal primo all’ultimo giro decretando il suo trionfo e quello delle rosse Alfa Romeo sulle tedesche Mercedes. Non solo: vince stabilendo il record sul giro (3’34”60) alla media di 167,753 chilometri l’ora. Un record che rimarrà imbattuto fino al 1931. Per i giornali italiani dell’epoca è già “il più grande di tutti”.

Il fatidico 26 luglio 1925

Il 1925 si apre in maniera altrettanto brillante: vince il Gran Premio d’Europa a Spa, in Belgio. È la prima prova del Campionato del Mondo Marche, antesignano dell’odierno Mondiale di Formula 1 e prima competizione mondiale organizzata dalla Federazione Automobilistica Internazionale. Antonio è per tutti il favorito per la vittoria finale. La seconda prova è un mese dopo a Monthléry, in Francia.

Antonio Ascari - Wikipedia

È il 26 luglio 1925. Ascari è in testa ma al ventitreesimo giro la sua Alfa Romeo affronta una curva a sinistra, prende un paletto di una staccionata, s’impenna e ricade sul pilota che nel frattempo è stato sbalzato dall’abitacolo. Antonio Ascari muore sull’ambulanza che lo sta portando in ospedale. Aveva trentasei anni e dieci mesi. L’Alfa Romeo, che aveva comunque Campari, ancora lui, in testa alla corsa, ritira le auto in segno di lutto.

La passione in Alberto Ascari

Figuriamoci mamma Elisa, quando vede che nel figlio Alberto si fa avanti con tanta prepotenza la stessa voglia di velocità del defunto marito Antonio. In effetti, il piccolo Alberto a cinque anni può dire di aver già guidato un bolide da corsa. Suo padre Antonio, siamo nel 1923, lo mette sopra di sé nell’abitacolo dell’auto e gli mette in mano il volante. Alberto guida il mostro a passo d’uomo da solo, senza che il padre debba mettere le mani sulle sue.

Come il padre, anche Alberto non ha voglia di studiare (ma almeno finisce il liceo scientifico). Passa le sue estati sul circuito di Monza, dove si diverte a provare l’ebbrezza della velocità in moto, la sua prima passione. Mamma Elisa è spaventatissima e decide di fargli finire il liceo in collegio, prima ad Arezzo e poi a Macerata, lontano dalle tentazioni motoristiche. Niente da fare: Alberto scapperà da tutti e due sceglierà con forza di correre, prima in moto e poi in auto.

L’ascesa di Ascari figlio

Il periodo delle gare motoristiche è ricco d’incidenti, di ritiri (anche in questo ricalca il destino del padre) ma anche di vittorie. L’esordio con una Sertum nella 24 Ore attraverso l’Alta Italia, il 28 giugno del 1936, è fantozziano. In discesa la sua moto non frena più, quindi fa un dritto, attraversa un lavatoio dove delle donne stanno lavando i panni, terrorizzandole, e finisce la sua corsa spiaccicandosi in un orto coltivato a pomodori. La prima vittoria arriva sei giorni dopo nel Circuito del Lario, altra gara di regolarità. Negli anni successivi correrà con la Bianchi, conquistando altre tre vittorie.

Il passaggio alle quattro ruote avviene con una Ferrari 1500 nella Mille Miglia del 1940, senza fortuna. È costretto a ritirarsi al primo giro. Poi, due corse con una Maserati da Gran Premio ma, anche lì un decimo posto e un ritiro. La seconda guerra mondiale sembra bloccare tutte le sue aspirazioni. Per di più si sposa con Maria Antonietta Tavola, per tutti Mietta, e arrivano anche due figli, Antonio e Patrizia.

Ce ne sarebbe abbastanza per dire: “Ok. Ci ho provato e non è andata. Mi rifaccio una vita fuori dalle corse”. Invece… gli amici sono tutti legati al mondo delle corse e il suo “amicone” per eccellenza è un pilota, Gigi Villoresi, che un giorno gli dice: “Senti… ma perché non torni a correre? C’è la possibilità di guidare una Cisitalia al Gran premio d’Egitto…”. Alberto si fa convincere, corre e arriva pure secondo. Il talento è rimasto quello, puro, degli anni anteguerra.

Alberto Ascari, 65 anni dopo - Autosprint

Così, nel 1947, a ventinove anni, ricomincia la sua carriera. Anche in questo simile al padre il quale cominciò a fare sul serio, come abbiamo ricordato, nel 1919, a trentuno anni. E come Antonio, anche Alberto colleziona anni d’incidenti, guasti e ritiri prima di cominciare a vincere con continuità.

A dir la verità, già nel 1947, a Modena, arriva la sua prima vittoria ma è solo per un disgraziato incidente. La Delage di Giovanni Bracco perde il controllo e finisce sugli spettatori, uccidendone cinque. La corsa viene fermata e in testa, in quel momento, c’è lui, Alberto, che viene decretato vincitore.

Un alloro del quale non andrà mai orgoglioso. La prima vera vittoria arriva nel 1948 con una Maserati al Gran Premio di Sanremo di Formula 1. Dietro di lui, l’amico Villoresi. In quella fine degli anni quaranta affronta anche le corse della Carrera Sudamericana, vincendo e perdendo da un certo Juan Manuel Fangio.

Nel 1950 lascia la Maserati per la Ferrari e con questa affronta il neonato campionato del mondo per piloti di Formula 1. Il primo anno è di transizione, sia per lui che per il Cavallino. Alberto vince solo una gara, al Nurburgring (sarà la prima di tre consecutive sul circuito tedesco) e si piazza quinto nel mondiale che sarà vinto da Nino Farina. Nel 1951, si gioca il titolo fino all’ultima gara, in Spagna, con Juan Manuel Fangio ma viene tradito dalle gomme della sua Rossa, lasciando campo libero all’avversario.

Il 1952 è il suo anno di grazia. Nel mondiale di Formula 1 vince sei gare consecutive dopo aver saltato la prima in Svizzera per correre a Indianapolis. In questa competizione, peraltro, è costretto al ritiro: lo tradisce una ruota posteriore che si sfila in rettilineo ai duecento l’ora. Solo la sua freddezza gli impedisce il fuoristrada. In Formula 1 diventa campione del mondo schiacciando gli avversari. Va anche detto che Fangio non c’è perché infortunatosi a inizio anno. Ma nel 1953 l’argentino è ai nastri di partenza e sono furiosi duelli, in prova e in gara, per tutto l’anno. La spunta sempre l’italiano con Fangio spesso costretto al ritiro. Memorabile la tappa del mondiale di Monza: Farina, Fangio e Ascari si alternano al comando fino all’ultimo giro. Vince l’argentino ma il mondiale, alla fine, sarà di Alberto. Il suo secondo. L’ultimo che abbia vinto un italiano.

Nel 1954 Ascari cambia team. La Lancia gli offre un contratto molto più sostanzioso e la Ferrari non rilancia. Così, il due volte campione del mondo passa con la casa fondata a Torino nel 1906. Le vetture preparate dai tecnici piemontesi, però, non sono ancora pronte per il mondiale di Formula 1. Alberto corre con la Lancia la Mille Miglia e con delle Maserati (e addirittura con una Ferrari a Monza) nel mondiale ma senza nessuna fortuna. Il 1955 potrebbe essere l’anno del ritorno alla vittoria. Sulla sua Lancia D 50 vince due gare non valevoli per il mondiale piloti: il Gran Premio del Valentino a Torino e il Gran Premio di Napoli. Nel mondiale, a Montecarlo, è in testa ma esce di strada a causa di una macchia d’olio e vola in mare. Gli va bene perché riesce a uscire dalla macchina e lo ripescano.

L’infausto destino

Il destino aveva sbagliato i suoi conti di poche ore. Quattro giorni dopo, ancora infortunato, va a Monza a vedere gli amici Gigi Villoresi ed Eugenio Castellotti provare la Ferrari 750 Sport. Quando i colleghi finiscono il loro lavoro, chiede di fare un giro. Ne fa due ma al terzo non torna ai box. Nella curva che immette al rettifilo opposto a quello del traguardo, l’auto sbanda, si capovolge, e Ascari vola via per una ventina di metri. Muore sull’ambulanza che lo sta trasportando all’ospedale. Come suo padre. E ha 36 anni e dieci mesi d’età. Come suo padre quando morì. Ed è il giorno 26 del mese. Come per suo padre.