Se c’è un’icona emblematica della fatica di maratona, è quella di Dorando Pietri all’arrivo dei 42,195 chilometri dell’olimpiade londinese del 1908. Sono immagini che puntualmente rivediamo ogni qual volta la corsa in memoria di Filippide si ripete a ogni appuntamento olimpico: Dorando Pietri entra nello stadio barcollando, non sa in che direzione andare ed è in evidente stato confusionale. Si avvia verso la parte sbagliata e i giudici lo indirizzano dalla parte giusta. Ormai non corre più, cammina. Anzi, barcolla. E poi cade. Gli ultimi 200 metri del percorso sono un calvario. Pietri cade e si rialza per poi ricadere per ben cinque volte.

Alcuni giudici e medici lo aiutano a risollevarsi da terra e lo sorreggono fin quasi al traguardo, che Pietri taglia da solo, strappando il filo di lana col petto. Poi sviene. Gli ci vorranno sei ore per riprendersi tant’è che un’agenzia stampa dirama la notizia della sua morte. Dorando è morto come un moderno Filippide. È un eroe. Per fortuna, l’atleta italiano non è deceduto, si riprende e il giorno dopo può ricevere la coppa che Alexandra, regina d’Inghilterra, ha fatto forgiare apposta per lui. Pietri è stato squalificato per gli aiuti ricevuti negli ultimi metri di gara, ma il suo dramma, se non l’ha reso un eroe, l’ha santificato a mito. E da quel giorno, da quella sconfitta, inizierà la sua fortuna d’atleta.

Dorando Pietri. Nel mito per un oro mancato - RunningExperience

Chi è Dorando Pietri?

Dorando Pietri nasce il 16 ottobre 1885 a Mandrio, una frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Il padre, Desiderio, è un contadino e, nel 1897, decide di trasferirsi a Carpi per aprire un negozio di frutta e verdura. Dorando ha dodici anni e inizia a dare una mano in famiglia: farà il garzone di un pasticcere. Ora, non si sa quanto la storia s’intrecci alla leggenda ma si racconta che un giorno il padrone disse al ragazzetto: “Vai a imbucare questa lettera alla stazione dei treni, deve arrivare a Reggio Emilia. È importante!”. Dorando prende la lettera e torna dopo quattro ore. “Disgraziato! – gli urla il suo capo – ci vogliono quattro ore per imbucare una lettera?”. “Signor padrone – risponde – sono stato in stazione ma il treno era già partito. Siccome era importante, sono andato di corsa fino a Reggio Emilia e sono tornato solo ora”. Tra Carpi e Reggio Emilia ci sono circa trenta chilometri. Dorando percorse in quattro ore i sessanta chilometri fra andata e ritorno.

Gli inizi della sua carriera: l’avvicinamento con l’atletica

Che fosse destinato alla corsa, appare chiaro fin da questo episodio ma la svolta giunge nel 1904. A Carpi arriva Pericle Pagliani, uno dei grandi podisti dell’epoca. È lì per tentare di battere il record di corsa della mezz’ora. Ad accompagnarlo ci sono altri atleti e Pietri, che ha solo diciannove anni, non è fra questi. Poco male, in abbigliamento da lavoro, si mette a correre anche lui ed è l’ultimo che Pagliani si scrolla di dosso quando manca poco alla mezz’ora. È lo stesso Pagliani, che sarà poi suo avversario sulle lunghe distanze (ma non nella maratona), a dirgli: “Ragazzo, hai del talento, devi fare atletica sul serio”. E Dorando lo fa, sul serio.

Una settimana dopo, corre un 3000 metri a Bologna e arriva secondo. L’anno dopo vince il campionato italiano sui 25 chilometri e quello europeo sui 30, in quel di Parigi. Nel 1906, s’impone nella maratona di qualificazione ai Giochi olimpici intermedi che si disputeranno nello stesso anno ad Atene e durante la quale si ritirerà per problemi intestinali quando aveva nettamente staccato tutti gli avversari. Nel 1907 vince i titoli nazionali dei 5000 metri e dei 20 chilometri. Il 1908, come detto, è l’anno dell’olimpiade.

La coppa di Dorando Pietri torna a Londra, per la maratona 2018 - la  Repubblica

L’Olimpiade di Londra 1908 e la sua ascesa nel mondo dello sport

Un appuntamento al quale Pietri giunge preparatissimo. Arriva a Londra diversi giorni prima della gara per “acclimatarsi”, ospite del fratello Ulpiano che vive lì e fa il cameriere. In gara ci sono atleti conosciutissimi come il finlandese Kalle Nieminen, il sudafricano Charles Hefferon, gli inglesi Fred Appley e Jack Price. Tra gli americani, Johnny Hayes che poi sarà decretato vincitore dopo la squalifica dell’italiano, e Lewis Tewamina, un nome che i lettori di questi miei racconti hanno già incontrato nell’articolo dedicato a Jim Thorpe.

Tewamina non era solo il compagno di squadra universitario di Thorpe, era un fondista di altissimo livello. Nell’olimpiade del 1912 a Stoccolma, sarà argento nei 10.000 metri. Della maratona olimpica di Londra abbiamo raccontato il finale. Va detto che, dalle cronache dell’epoca, fu una gara a eliminazione. Moltissimi atleti si trovarono in difficoltà per via del caldo umido; per un’andatura subito troppo veloce impostata dagli inglesi e per la mancanza di rifornimenti sufficienti. Lo stesso Pietri si ritrovò in testa dopo che Hefferon si era dovuto fermare, messo in crisi da una bevanda troppo fredda.

Sia come sia, Pietri taglia il traguardo per primo, viene squalificato ma assurge a immagine mitologica, iconica, della maratona. Da quel momento tutti lo vogliono ingaggiare per vederlo gareggiare. Il carpigiano passa così al professionismo e inizia a guadagnare dei gran bei soldi (200mila lire solo di premi vinti negli Stati Uniti, una cifra folle, per l’epoca).

Gli fruttano tantissimo due rivincite con Hayes, passato professionista pure lui. Le vince tutte e due l’italiano. La prima si tiene pochi mesi dopo l’olimpiade, il 25 novembre 1908, al Madison Square Garden di New York, davanti a ventimila spettatori. Si corre in pista ma sulla stessa distanza della maratona. I due si danno battaglia superandosi a vicenda più volte ma, alla fine, è Pietri a staccare l’avversario. La seconda si corre l’anno dopo, il 15 marzo, e Pietri s’impone ancora una volta. Rimane negli Stati Uniti fino al maggio del 1909 partecipando a ventidue competizioni e vincendone diciassette.

La fine di una carriera straordinaria

Il ritorno in Europa lo vede protagonista per altri due anni tra i professionisti. Continua a correre e a vincere. La sua ultima maratona internazionale è a Buenos Aires nel 1910. Organizzata per ricordare il centenario della rivoluzione di maggio, Dorando vince la prima edizione di quella che diventerà una delle maratone più longeve della storia, facendo segnare anche il suo record personale sulla distanza: 2h38’48”2.

Secondo alcune fonti, l’ultima vittoria, prima del ritiro, è una 15 chilometri corsa a Parma il 3 settembre 1911. Dopo, Pietri rimane nell’ambiente come allenatore e commissario tecnico dei maratoneti azzurri con buoni risultati. Poi, assieme al fratello, apre un albergo e un bar a Carpi. Nel 1923 si trasferisce a Sanremo: chi dice in “buen ritiro” e chi per aprire un’autorimessa. Muore nella città dei fiori il 7 febbraio 1942 a cinquantasei anni per un attacco cardiaco. La sua tomba si trova nel cimitero di Valle Armea, vicino a Sanremo.