Nessun italiano aveva mai corso la finale dei 1500 metri alle Olimpiadi, prima di Luigi “Nini” Beccali. L’atleta milanese, nato nel popolare quartiere di Porta Nuova, ci riesce nel 1932, a Los Angeles, e lo fa alla grande: il 4 agosto vince la medaglia d’oro e solo la critica sportiva internazionale più superficiale se ne sorprende. Ma andiamo con ordine…

La leggenda di Luigi Beccali, finalmente nella Walk of Fame del ...

Chi è Nini Beccali?

Nini nasce da una famiglia di modeste origini. Il padre ferroviere, la madre casalinga, tre fratelli. La sua prima passione è la bicicletta ma questo è un mezzo per fare sport che i suoi genitori non possono comprargli: è davvero troppo costoso per il bilancio casalingo. Vicino a casa c’è, però, la palestra della Pro Patria. Luigi si adatta e comincia a darsi da fare con la ginnastica e la corsa. Saranno i compagni di squadra a soprannominarlo “Nini”. Forse per via della media corporatura del ragazzetto e dei suoi muscoli così sottili. La prima gara è nel 1922, categoria “Giovanetti”. Nini ha quindici anni e si piazza trentaduesimo. Da lì comincerà solo a migliorare.

Beccali è un talento naturale ma, se questo basta per imporsi a livello nazionale, non è sufficiente per misurarsi in campo internazionale. In questo senso, è preziosa l’esperienza fatta alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928. Ci arriva dopo aver conquistato il record italiano sui 1500 metri in una riunione a Parigi, battuto solo da uno dei grandi specialisti del momento, il francese Jules Ladoumègue. Nini corre in 3’59” e 3/5. È il primo italiano a scendere sotto i quattro minuti. Questa prestazione porta la critica sportiva nazionale del tempo, facile all’esaltazione anche per motivi politici, a pensare che Beccali possa essere competitivo per l’appuntamento con i cinque cerchi che si sarebbe tenuto da lì a un mese.

Non sarà così. Per due motivi. Il primo è che il tempo fatto segnare da Nini può al massimo valergli la finale, ma non di essere competitivo per una medaglia. Il secondo è che non ha ancora sviluppato completamente né il suo stile di corsa, né la tattica. Beccali corre ancora troppo istintivamente. E viene eliminato in batteria. Una sonora sconfitta.

L’incontro con Nurmi e il dottor Dino Nai

Da quella batosta Nini impara. Comincia a guardare come corrono i campioni dell’epoca. Studia il loro stile, le metodologie di allenamento, la loro tattica di corsa. Lo ispira soprattutto l’immenso Paavo Nurmi, il finlandese volante vincitore di ben nove ori olimpici tra Anversa 1920 e Amsterdam 1928. Nurmi è elegantissimo, molto composto, il busto eretto, le spalle e le braccia in armonia col resto del corpo. Nini carpisce uno dei segreti del finnico durante una cena comune a Budapest, un mese dopo le olimpiadi olandesi.

Gli atleti ci sono tutti. C’è Nurmi; c’è l’ungherese Marton che aveva escluso l’italiano dalla finale olimpica; c’è il tedesco Otto Peltzer, primatista mondiale con 3’51” netti. A un certo punto della cena, Nurmi, peraltro tipo piuttosto silenzioso, si alza e se ne va. “Ecco – pensa Beccali – se n’è andato a dormire. Per lui è importante riposare…”. All’una di notte, quando tutti rientrano in albergo dopo la cena, immaginate la sorpresa di Beccali quando vede Nurmi rientrare con loro. Non era andato a dormire. Aveva evitato di appesantirsi mangiando troppo e aveva fatto una lunga passeggiata di almeno un paio d’ore per tenere i muscoli allenati.

Nini, dunque, comprende di doversi allenare di più (due ore al giorno tutti i giorni, al chiuso o all’aperto, in tutte le stagioni, feste comandate comprese); di dover studiare una dieta adatta a lui e di capire punti di forza e debolezza suoi e degli avversari. In questo lo aiuta il suo tecnico, il dottor Dino Nai, un vero e proprio scienziato dello sport, forse il primo in assoluto. Desiderio “Dino” Nai ha una laurea in veterinaria e allena la sezione atletica della Pro Patria. Qualche tempo prima di iniziare a occuparsi di Beccali vince una borsa di studio delle Columbia University a New York e per alcuni mesi studia i sistemi di allenamento degli americani. “Senti Nini – dice a Beccali – io non sono un vero allenatore, me ne intendo di più di cavalli ma ho visto cosa fanno gli altri mezzofondisti e posso insegnartelo”. Il connubio Nai/Beccali nasce in quel momento.

I risultati cronometrici cominciano ad arrivare, anche se il milanese perde ancora spesso e volentieri. Abbassa per due volte il record italiano dei 1500 portandolo a 3’57”2 (la seconda, battuto ancora da Ladoumègue). Nel 1931 infila quattro sconfitte di fila a Budapest, Londra, Poznan e Milano ma ne approfitta per affinare la tattica di corsa in rapporto agli avversari. Nel maggio del 1932, durante una preolimpica, batte ancora il record italiano portandolo a 3’52”2 che è anche la migliore prestazione mondiale dell’anno.

È pronto per l’Olimpiade!

Per Los Angeles, si parte il 2 luglio in nave: destinazione New York. Poi, da lì, cinque giorni di treno per arrivare sulla costa ovest degli Stati Uniti. Preciso e meticoloso com’è, Beccali approfitta di ogni momento per tenersi in forma. Cammina sui ponti; utilizza quotidianamente la palestra. Come arriva a New York, anziché partecipare ai festeggiamenti organizzati dal consolato italiano va in pista per testarsi. Sul treno scova, assieme a Nai, un bagno un po’ più largo dove c’è una mezza vasca da bagno. Lo utilizza come sauna in modo da poter sudare e perdere peso, come aveva visto fare a Nurmi e agli altri finlandesi.

Al villaggio olimpico, inizia a scendere in pista due volte al giorno (nonostante gli “esperti” dell’epoca sostenessero che fosse troppo faticoso per qualsiasi uomo) e “spia” gli avversari. S’informa sulle loro condizioni di forma, li guarda allenarsi; chiacchiera con il campione olimpico in carica, il finlandese Harry Larva. Quando arriva il giorno delle batterie, il 3 agosto 1932, è prontissimo: vince la sua imponendosi. Non vuole correre rischi, visto il risultato di quattro anni prima.

Il 4 agosto è il giorno della finale. Ci sono molti dei più grandi specialisti del momento: assieme a Larva, l’altro finlandese Eino Purje, bronzo ad Amsterdam; l’americano Glenn Cunningham; il canadese di colore Phil Edwards; il neozelandese Jack Lovelock; l’inglese Jerry Cornes. Beccali, nonostante detenga la migliore prestazione dell’anno, non è considerato fra i favoriti. In fondo, cos’ha mai vinto? Si comincia con una falsa partenza. È Beccali. È evidentemente nervoso. Al secondo sparo, il via. L’italiano si piazza in terza posizione. La sua tattica è questa: tenere il treno dei migliori e tentare l’allungo negli ultimi trecento metri. Dopo due giri è quinto. Edwards e Cunnigham sono davanti. Ai trecento Beccali parte. Recupera prima su Cunningham e poi su Edwards. I due vengono superati dopo l’ultima curva.

I mille volti dello sport: Luigi Beccali Da Milano a Los Angeles

Manca solo il rettilineo per la vittoria. Da dietro, Cornes recupera fortissimo. Beccali gli risponde con uno scatto rabbioso e arriva primo, strappando il filo di lana con le mani, come sua abitudine. Secondo è Cornes, terzo Edwards. Lo stadio, prima ammutolito per la sorpresa, adesso lo porta in trionfo. È il momento più alto della carriera di Beccali. Ma non sarà l’unico.

La carriera post oro

Quando gli atleti italiani tornano a casa, per lui sono previsti trionfi e parate. Vi partecipa ma avverte tutti: “Guardate che io mi ritiro, devo studiare e prendere il diploma di perito edile”. È una bugia. Beccali vuole allenarsi in pace e concentrarsi sì sullo studio, ma anche sulle gare. E, infatti, il 9 settembre 1933, alle Universiadi di Torino, sconfigge Lovelock ed eguaglia il record del mondo che era detenuto da Ladoumègue (3’49”2). Un record che batte dopo poco all’Arena di Milano, correndo contro avversari molto meno forti, facendo siglare il tempo di 3’49” netti. Dopo due mesi, record del mondo anche sulle 1000 yards (2’38’). Vince l’oro agli Europei del 1934 (3’54”6) ed è un po’ il suo canto del cigno.

Inevitabilmente il tempo passa e le prestazioni tendono a essere meno brillanti. Torna alle Olimpiadi nel 1936, a Berlino, e riesce comunque a conquistare un bronzo dietro a Lovelock e Cunningham. Si dirà che un chiodo in una scarpa gli aveva dato fastidio. La realtà è che lo scorrere del tempo stava presentando il suo conto. È bronzo anche agli Europei di Parigi del 1938. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trova negli Usa e decide di rimanervi. Prende la residenza a Daytona Beach, in Florida e, col tempo, avvia alcune attività commerciali. Prima un ristorante e poi una società d’import/export. Muore in Italia, a Rapallo, nel 1990. Era tornato in patria per uno dei suoi soliti periodi di vacanza. Colpito da un edema polmonare, spira sull’ambulanza che lo sta portando all’ospedale. Una corsa che non riesce a vincere.