La ex pallavolista della nazionale azzurra si racconta. Nonostante non tocchi più palloni, sa che il volley le ha insegnato come si lavora più di un corso di formazione. Ma per capirlo, è necessario fare un percorso di fine carriera

Rivederla in campo, riporta ogni volta indietro a quelle emozioni del 2002 quando un gruppo straordinario portò il volley femminile azzurro per la prima volta sul tetto del mondo. Rachele Sangiuliano faceva parte di quel team incredibile che vinse l’oro ai Mondiali di Germania e che, anche se oggi ha appeso le ginocchiere al chiodo, resta comunque simbolo di un momento magico per l’Italvolley.

Red Bull Murone a Milano

Abbiamo incontrato “Racu” alla tappa milanese di Red Bull Murone, il format ideato da Red Bull e dedicato a squadre di ragazze di età compresa tra i 16 e i 21 anni. Ai piedi del Castello Sforzesco e sul teraflex da serie A, più di 100 ragazze si son date battaglia provando delle regole nuove volute dal torneo, come set da cinque minuti e fondamentali come muro e battuta che valevano 3 punti.

A dare preziosi consigli alle giocatrici c’era proprio Rachele, palleggiatrice dalle mani d’oro, che da sette anni ha lasciato il mondo del volley giocato per trasformare la sua passione in uno strumento di lavoro. Oggi lavora con LGS SportLab, un’agenzia che si occupa di marketing e comunicazione sportiva oltre che dell’accompagnamento degli atleti al fine carriera. Una pratica, quest’ultima, tanto popolare negli USA, così come sconosciuta in Italia dove spesso un atleta resta abbandonato a sé stesso.

«Da quando ho interrotto la mia carriera sportiva a oggi mi capita spesso di sognare di giocare a pallavolo. Succede da sette anni ed è quasi sempre lo stesso sogno. Sono una palleggiatrice, quando io ho sempre voluto fare l’attaccante, e sto giocando al buio».

Fa outing così Rachele Sangiuliano, in un modo semplice, ma che fa capire quanto uno sport ti resti dentro, anche dopo diversi anni. «La pallavolo mi ha dato tantissimo, me ne rendo conto solo ora che ho smesso. Prima non lo valorizzavo, non capivo l’importanza del lavoro di squadra, il sapersi adattare a tutte le situazioni. Vedevo solo le cose negative e mi sembrava di aver perso tempo. Poi ti accorgi che hai delle skills che altri tuoi coetanei non hanno e puoi sfruttarle a tuo favore. Per fare questo però è importante farsi aiutare».

La depressione da fine carriera sportiva

Sempre più spesso sentiamo di atleti che dopo aver vinto tutto, cadono in depressione oppure finiscono per sperperare un patrimonio costruito sul sacrificio solo per rispondere a bisogni non controllabili. Interrompere una carriera sportiva non è semplice. Emblematico il caso di Totti che, davanti a uno stadio gremito, ha chiesto un aiuto per riuscire a fermarsi.

«Quello che succede è che a un tratto viene a mancare la botta di adrenalina»

Racconta Rachele. «Immaginate di entrare in uno stadio dove più di 110.000 persone ti osannano, urlano il tuo nome, ti fanno commuovere. C’è così tanta energia ed empatia con il pubblico che è difficile riuscire a rimpiazzarla. Anche a me succedeva una cosa simile: nella pallavolo, in ogni set, hai come minimo 25 momenti in cui esultare o arrabbiarti, momenti in cui si scarica l’adrenalina. Quando smetti non li hai più e ti trovi a doverti adattare ai tempi dilatati del lavoro dove per fare qualsiasi cosa devi aspettare la risposta via mail di qualcuno. Giocando facevo un’azione e sapevo subito se era giusta o sbagliata, invece nel lavoro il paradigma deve cambiare, bisogna prendere un altro tipo di pazienza, un’altra mentalità».

La fine carriera rappresenta un argomento delicato che fino a pochi anni fa non veniva preso in considerazione. Nell’ultimo periodo invece l’interesse è cresciuto intorno all’argomento anche se non ai livelli necessari per rispondere alle esigenze di diversi sportivi.

«Gli atleti di sport individuali che magari sono legati già alla società spesso restano nell’ambiente, diventano allenatori o ricoprono un ruolo all’interno della società stessa o nella Federazione. Più difficile invece per chi fa uno sport di squadra visto che non ci sono corpi sportivi alle spalle. Allora bisogna reinventarsi. Ci si trova a entrare nel mondo del lavoro in ritardo rispetto ai propri coetanei. A me capitava, per esempio, di assistere a riunioni dove venivano utilizzati termini inglesi che non conoscevo: sapete che incredibili “googlate” appena uscita dalla sala!».

Oggi Rachele è riuscita a entrare a pieno nel mondo del lavoro, si occupa anche di speach motivazionali per le aziende dove, attraverso la metafora della pallavolo, insegna valori quali il gioco di squadra, l’importanza della leadership e il raggiungimento di un obiettivo. Per arrivare a ciò si è confrontata con una psicologa con cui ha lavorato per riconoscere le proprie capacità.