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ROUNDITALY CRUISE: L’ITALIA IN KAYAK DI GUIDO GRUGNOLA

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La prima circumnavigazione in kayak della penisola, per amore del litorale

Abbiamo incontrato Guido Grugnola, art director, progettista grafico e fotografo, fondatore di Tuilik e velista. Primo kayaker ad avere compiuto, in solitaria e in autonomia, la circumnavigazione della penisola italiana in kayak da Trieste a Ventimiglia (2011), della Sicilia (2012) e della Sardegna (2013). Guido Grugnola ha pagaiato in Nuova Zelanda, nel Kattegat (S), nello Skagerrak (N), nel Solent (UK) nelle Scilly Islands (UK), nel English Channel, nel Bristol Channel (UK), in Sardegna, in Corsica (F), all’Isola d’Elba e intorno a molte tra le isole minori italiane.

Guido è anche Istruttore, Guida, Maestro Formatore, Tecnico Paracanoa della Federazione Italiana Canoa Kayak (FICK), ISKGA Advanced Guide (International Sea Kayak Guide Association) e Euro Paddle Pass Core Group Member per l’Italia. Come regatante professionista nelle classi IOR – IMS – IRC e Maxi Yacht, in qualità di sail trimmer e navigatore ha partecipato a 21 Campionati Italiani, 16 Campionati del Mondo e alla Whitbread Round the World Race, oggi Volvo Ocean Race, in tutti i ruoli a bordo del 50’ Rolly-Go. 

Nel 1985 gli è stata conferita dal CONI la Medaglia d’Argento al Valore Atletico. 

Guido, com’è nata l’idea di Rounditaly Cruise, la circumnavigazione in kayak dell’Italia?

“L’idea di fare una navigazione lunga, qualcosa di intimo, era da tempo nella mia mente. Non era però mai stato possibile per impegni lavorativi. Poi tra il 2009-2010, per una serie di circostanze, ho avuto alcune difficoltà legate al lavoro. Allora ho pensato che fosse il momento buono per partire e prendermi un periodo di riflessione. Ogni tanto nella vita è un po’ il caso che decide per te. Ho preparato il kayak e le dotazioni e dopo varie uscite di prova a pieno carico e in condizioni dinamiche sono andato a Trieste. Sono partito il 27 di Aprile del 2011 e dopo 119 giorni sono arrivato a Ventimiglia. Rounditaly Cruise è stata un’esperienza davvero speciale, e intanto, al mio rientro, anche il lavoro era ripartito!”

È stata la prima circumnavigazione in kayak dell’Italia della storia. Cosa significa navigare 3200 miglia in solitario e senza assistenza?

“Sì, è stata una prima, in questo modo, senza assistenza e in autonomia, non l’aveva mai fatto nessuno. Significa essere sempre molto concentrati e presenti. Devi gestire tutta la programmazione quotidiana da solo, sapendo di non poter contare su nessuno: la navigazione, il meteo, l’alimentazione, le dotazioni, la ricarica dei dispositivi: due macchine fotografiche, due GoPro, il computer, due frontali, il GPS, la radio VHF, una torcia. Sapevo che avrei incontrato persone e visto luoghi speciali ma non avrei mai immaginato la portata di questa navigazione. Mi sono ritrovato a costeggiare e costeggiare, fino a quando il mondo mi appariva come un susseguirsi di capi e insenature abbracciati dal cielo e dal mare in condizioni sempre mutevoli, capricciose, violente o accoglienti”. 

Facevi molta fatica? Eri stanco a fine giornata? 

“La fatica è una questione mentale. Bisogna cercare di mettere a punto un sistema di movimenti e un gesto che sia poco oneroso, anche in termini di sfregamenti, per non fiaccarsi. Alla fine la sensazione è quasi come se fosse il kayak a portarti avanti, non tu a spingerlo. Questo è il momento ideale da ricercare. In mare le condizioni cambiano davvero in continuazione: se stai camminando sulla passeggiata non te ne rendi conto ma se sei in kayak devi rilevare ogni mutamento, del vento, del mare, della corrente. Come un radar che continua a girare devi rilevare qualsiasi cosa”.

Hai navigato in tutto il mondo, sia come velista che come kayaker. Perché hai scelto proprio il giro dell’Italia?

“Avendo regatato tanti anni conoscevo abbastanza le coste italiane, anche se alcuni tratti non li avevo mai osservati da vicino. Ero curioso perché sapevo che il litorale italiano è davvero pazzesco, estremamente vario. Molti pensano che in Adriatico le condizioni siano sempre simili mentre non è così: ora dopo ora continua a cambiare il contesto. Inoltre durante il 2011 ricorreva il 150º anniversario dell’Unità d’Italia e mi sembrava un’ulteriore occasione”.

Quante ore navigavi al giorno? Avevi un piano di navigazione con un calendario da rispettare?

“Giorno dopo giorno, mese dopo mese, navigavo dalle 4 della mattina (sia perché il mare a quest’ora di solito è in bonaccia e si naviga meglio sia perché ci concede lo spettacolo dell’alba di ogni giorno) fino alle 3-4 del pomeriggio. Ho navigato per 94 giorni complessivi, e molte volte sono stato fermo per burrasca. L’idea era di fare 10-11 ore di navigazione quotidiane, puntando a una destinazione, già sapendo che alcune volte non ci sarei arrivato. Improvvisavo. Spesso mi fermavo prima della meta che mi ero prefissato. Non avevo un programma preciso e la destinazione di arrivo era l’aspetto meno certo della navigazione. Fino all’ultimo miglio non sai dove puoi arrivare”.

Ti eri posto un obbiettivo di tempo per la circumnavigazione?

“No, anche perché essendo una prima sapevo che non sarebbe stato un aspetto rilevante. Gli alpinisti di un tempo impiegavano giorni per scalare pareti che ora si salgono in poche ore. La performance invece è un elemento sempre presente, anche se non in termini di tempo: un giorno sono riuscito a coprire quaranta miglia in un giorno, rimanendo sempre con un margine di sicurezza. In Rounditaly Cruise ho tenuto una media di 21 miglia al giorno, nel giro della Sicilia 24 miglia al giorno e in quello della Sardegna 28 miglia al giorno. Il mio protocollo personale mi permette di proseguire solamente quando ho la consapevolezza di avere ancora riserve fisiche, mentali, acqua e cibo per altre cinque-sei ore di navigazione in condizioni in peggioramento”. 

Hai avuto dei momenti di difficoltà?

“Direi di no, se mai qualcuno di stanchezza. Ci sono però stati dei momenti nello Ionio, e appena entrato nel Tirreno, in Calabria, dove ho trovato un susseguirsi di litorali sperduti, abbandonati, miglia e miglia di nulla. Dopo un po’ mi sentivo un po’ emarginato”. 

Ti capitava di parlare con qualcuno? Se sì quale è stato l’incontro più interessante che hai fatto?

“Non solo ho osservato tutto il litorale italiano, metro dopo metro, (non ho mai tagliato un’insenatura) ma ho dei ricordi e racconti di marinai e non marinai davvero incredibili che mi hanno aiutato e fatto scoprire quello che da solo non avrei mai neanche notato. Mi sono capitati degli incontri davvero pazzeschi. Un giorno mi ha fermato un signore anziano chiedendomi dove andassi. Quando gli ho raccontato del giro mi ha portato una banana e un sacchetto pieno di biscotti integrali fatti da sua moglie. Dai local non vieni percepito come un turista ma come un viandante. Per le persone che vivono sull’acqua il mio obbiettivo era molto affascinante, c’era una grande empatia. Mi sentivo molto amato. Un’altra volta mi è capitato che un autotrasportare in pensione mi cedesse il letto di casa sua. L’indomani mattina, quando è venuto per salutarmi, mi ha portato mezzo chilo di fragole che coltivava lui nel suo orto”.

Ti sei mai sentito solo?

“È chiaro che spesso avrei voluto abbracciare Rossella. Ma in navigazione non ho mai sofferto la solitudine, troppo impegno…”. 

Com’era la tua giornata tipo?

“La sveglia era verso le tre mezza, facevo colazione con una tazza di cereali e una banana, e alle quattro del mattino ero in acqua, in modo da avere le prime due ore, al buio, di calma totale. Cercavo di navigare senza mai sosta, ininterrottamente fino verso le dieci e mezza. Da quell’ora in avanti ogni due ore mi fermavo per bere e mangiare un po’ di frutta secca, un dattero, un frutto fresco. Mai le barrette energetiche. Navigavo al massimo fino alle 15:00-16:00, quindi facevo undici o dodici ore di fila. Poi mi fermavo, montavo il pannello solare per ricaricare le batterie di tutti i dispositivi, facevo asciugare l’attrezzatura, a seconda di dove mi trovavo, in bivacco o ospite di qualche lega navale o associazione. Cercavo di dormire il più possibile, quindi verso le 17:00 cercavo di dormire un po’, poi preparavo qualcosa da mangiare, di solito un piatto molto abbondante con verdure e farro, quinoa, bulgur, cuscus, pasta o riso. In seguito scaricavo sul computer le immagini e i video, salvandoli anche su un disco esterno e li caricavo sul blog. Oltre che nella mia tenda ho dormito in un garage, sul tavolo di un circolo nautico, in una cabina in spiaggia, su uno scalo da alaggio e nei posti più strani”.

Cosa pensavi durante tutte quelle ore da solo?

“Non rimane molto tempo per pensare ai fatti tuoi. Sei immerso in una sorta di meditazione, devi essere sempre molto presente e consapevole. Le condizioni e le evoluzioni del tempo, del vento, del mare, delle correnti, la tua velocità, la lista dei lavori, della spesa — acqua e viveri— la tua probabile destinazione: è un continuo calcolare e ricalcolare, devi avere tutto sotto controllo. In più mi ero impegnato a fotografare il litorale italiano e questo era un altro aspetto che richiedeva prontezza e energie”. 

C’è un aneddoto in navigazione che vuoi raccontare?

“Me ne viene in mente uno, poco eroico forse, ma indicativo della vita di un kayaker, perché potrebbe somigliare a un episodio capitato a un kayaker di 4.000 anni fa. Durante la circumnavigazione della Sardegna stavo raggiungendo Punta Marmorata, con l’obiettivo di entrare a Santa Teresa di Gallura, dove avrei potuto fare rifornimento di acqua e viveri. Il ponente insisteva già da tre giorni, sapevo che una volta arrivato agli scoglietti prima di Marmorata avrei dovuto decidere se procedere o fermarmi su una spiaggia per bivaccare. Arrivato a Marmorata, ho pensato di poter procedere per le ultime due miglia. Ho girato il Capo e raggiunto Santa Teresa, stando alla larga dalla scogliera, mi sono ritrovato, minuscolo, nelle Bocche di Bonifacio, con maestrale dichiarato. Il mio piccolo kayak si arrampicava su onde “collinari” schivando i frangenti più fastidiosi e poi scivola giù, per lunghissimi minuti, su onde di proporzioni giganti, delle quali non capivo bene la fine. Sono entrato a Santa Teresa dopo sole due miglia di quello che chiamerei trattamento “lavatrice”. Le persone che quella notte mi hanno generosamente accolto a bordo della loro barca, risparmiandomi di montare la tenda, non credevano che in quelle condizioni un kayak potesse entrare in porto provenendo dal Canale: loro aspettavano in porto che le condizioni migliorassero! In kayak, avendo un’adeguata preparazione, si ha la possibilità di procedere anche in condizioni molto impegnative”

Hai fatto qualche incontro ravvicinato con animali?

“Il kayak mi ha portato a un contatto diretto con gli animali, che sono molto curiosi nei tuoi confronti: visto che sei totalmente silenzioso, ti vedono come un loro simile. Ho visto banchi di pesce accostare e cambiare rotta per rallentare, fermarsi sotto di me e rigirarsi più volte mostrandomi le loro pance brillare. Le berte minori, uccelli pelagici che nidificano su alcune alte scogliere del Tirreno, mi hanno spesso tenuto compagnia molto da vicino scrutandomi, poi allontanandosi con grandi accelerazioni e ritornando nuovamente a osservarmi da vicino. Un’altra volta stavo navigando nella riserva naturale Murro di Porco, nel comune di Siracusa, e un pesce spada ha iniziato a saltare fuori dall’acqua a dieci metri dalla mia prua, lasciandosi cadere pesantemente davanti a me. Sarà saltato per almeno quindici volte. Un giorno, nel Golfo di Policastro, alle prime luci dell’alba e in un mare meraviglioso con un residuo di onda lunga ma in completa bonaccia, ho iniziato ad avere la sensazione di non essere solo. A un certo punto, infatti, si è fermata due spanne sotto il kayak una manta, quasi come per godersi la vicinanza con il kayak. Poi, dopo lunghi istanti, si è arcuata e si è allontanata molto lentamente e serenamente sparendo nel buio. In Puglia sono stato inseguito dai voraci pesci serra, incuriositi dalla cimetta che pende dallo skeg. Sono tutti incontri che ti capitano solo in kayak”. 

Hai visto molte albe… 

“Sì, in tutto l’Adriatico, ogni mattina, guardavo il levare del sole. Essere baciati dal sole la mattina presto, quando tutto il resto del mondo ancora dorme, è davvero un regalo. Partivo al buio, poi iniziavo a osservare una vaga luminosità, e a un certo punto vedevo una punta di sole saltare fuori dal mare e piano piano salire, e dal primo istante illuminare con raggi radenti il litorale”. 

Hai detto che il patrimonio naturalistico e paesaggistico del litorale italiano è unico. In che senso?

“Mentre la terra può essere venduta o ceduta, il litorale è inalienabile: non è di proprietà di nessuno. Navigare vedendo delle rovine sommerse, dei templi greci, buchi fenici nella scogliera, infinite torri saracene, gigantesche bitte scolpite nella scogliera, è inestimabile: abbiamo un patrimonio storico unico. Fotografare queste realtà, per quanto possibile stando in un kayak, era uno dei primi obiettivi di Rounditaly Cruise”. 

Durante Rounditaly Cruise hai avuto modo di toccare con mano diverse forme di abuso e degrado del patrimonio italiano, una testimonianza preziosa. Cosa hai visto?

“Molte criticità: impianti inquinanti, scarichi di acque inquinate o di raffreddamento di impianti industriali, costruzioni abusive che crollano, edifici industriali e residenziali abbandonati. La lunga spiaggia di Catania ha una fila di cinque chilometri di case costruite sulla sabbia, e poiché chiaramente le sciroccate invernali colpiscono questa spiaggia, le case sono tutte crepate. Così hanno pensato di costruire un muro di cemento armato davanti alle finestre, dalle quali, inizialmente, l’intenzione era vedere il mare. La testata Abitare ha pubblicato un articolo di dieci pagine con le fotografie che ho realizzato, come testimonianza degli innumerevoli abusi lungo i nostri litorali”. 

Rounditaly Cruise è stato un’occasione irripetibile per attirare l’attenzione sulla biodiversità del litorale italiano e sulla necessità di tutelarne il delicato equilibrio. Come preservarlo per le generazioni future?

“La cosa importante è conoscere. Quando si conosce si finisce per amare e comprendere e, di conseguenza, ci si comporta correttamente. L’aspetto più importante quindi è portare i giovani a frequentare l’ambiente. Si dovrebbe spiegare ai ragazzi, con il supporto di tutti mezzi disponibili oggi, quello che succede intorno al litorale. Poi si dovrebbero intraprendere delle azioni per preservarlo, evitando comportamenti inadeguati, che servono solo a far scomparire certe specie viventi, come la foca monaca, la tartaruga e altre”. 

Ripartiresti domani per Rounditaly Cruise?

“Ogni tanto ci penso. Mi piacerebbe rifarlo, questa volta partendo da Ventimiglia per arrivare al confine con la Slovenia”. Ma ci sono tanti altri litorali che mi attirano…