Ha da subito avuto ottimi riscontri, e si può dire che in questo mese, dal 20 aprile al 18 maggio, sia stato il fenomeno del momento. The Last Dance, la docu-serie sui Chicago Bulls del 1998, è piaciuta a moltissimi, anche a chi non ha mai seguito il basket. Tanto che, andata in onda su Netflix, è risultata essere la serie più vista sulla piattaforma, scalzando una serie popolare come La Casa di Carta.

Ideata da Michael Tollin e diretta da Jason Hehir, The Last Dance è un prodotto di altissima qualità, condito di molto materiale esclusivo e inedito, che ha saputo regalare soprattutto ai fan nuove chicche sull’ultima stagione NBA della squadra di basket più forte degli anni ‘90. Sapiente però è stata la decisione di raccontare l’ultimo anno anche tramite aneddoti con cui potersi ricollegare agli anni precedenti, anni che hanno visto i Chicago Bulls trasformarsi in una delle squadre più famose del mondo grazie alla vincita di numerosi titoli. Ma soprattutto grazie a un uomo: Michael Jordan.

Altro record per Jordan e i Chicago Bulls: The Last Dance è la ...

Inevitabilmente MJ è il personaggio su cui il documentario si concentra di più, e non potrebbe essere altrimenti, visto che Jordan è stato il fattore principale che ha permesso di espandere la popolarità dell’NBA nel mondo. Non solo però, perché The Last Dance mostra anche come Jordan sia stato un’icona degli anni ‘90, arrivando a segnare una generazione che vedeva in “His airness” il modello per eccellenza: tutti volevano essere come Michael.

Le due facce di Michael Jordan

Una delle peculiarità di questa docu-serie, però, è che riesce perfettamente a mostrare le due facce di Jordan: da un lato cattivo e inesorabile sul campo, pronto a spronare i compagni in ogni modo e quasi a farsi “odiare” per questo, sopprimendo le proprie emozioni per concentrarsi e arrivare all’obiettivo. Dall’altro pienamente umano, capace di esprimere quelle emozioni represse e lasciarle andare nel momento opportuno, ma anche voglioso di vivere una vita più libera e “normale”, senza oppressioni o pressioni. Un lato visto pochissime volte, a cui lasciava spazio l’atleta indomabile che sapeva quando accelerare per azzannare le partite, ma che esisteva ed era una componente molto importante.

The Last Dance, un racconto corale

Altro aspetto positivo di The Last Dance è che non si parla esclusivamente di Michael: viene dato il giusto spazio anche al resto della squadra, andando a scavare anche nel passato e nelle personalità di altre componenti dei Chicago Bulls. Si va da coach Phil Jackson al primo violino Scottie Pippen, dal controverso Dennis Rodman a Steve Kerr, gregario capace di farsi trovare pronto al momento giusto, e molti altri.

Ognuno ha il suo spazio, e ci si riesce a fare un’idea precisa di come giocatori e non vivessero all’epoca “l’ultimo ballo” (nome con cui Phil Jackson chiamò l’ultima stagione, da cui il titolo), e di cosa li avesse portati fino a lì. Tutto questo avvalorato da immagini dell’epoca, tra il ricordo delle partite dei campionati precedenti e vecchie interviste, che accompagnati ai nuovi interventi rilasciano un quadro il più possibile completo sui vari avvenimenti.

The Last Dance cerca, riuscendoci,di non tralasciare nulla di quanto successo in quegli anni: dalle prime finali di conference perse al primo ritiro di Jordan per via della morte del padre, con conseguente carriera nel baseball; dal rapporto difficile dei giocatori, soprattutto Scottie Pippen, con la dirigenza dei Bulls a quello complicato con i media; ma soprattutto dall’inizio dell’ascesa dei Bulls di Jordan fino all’ultimo titolo, con tutto ciò che in mezzo vi è passato e che ha condizionato il cammino della squadra.

Il “completismo” di cui è permeata The Last Dance e la costruzione attenta sono forse il motivo per cui questa serie ha colpito anche persone che dei Bulls conoscevano solo il nome, arrivando ad appassionarsi umanamente alle gesta di una squadra di basket che ha saputo segnare un’epoca.