Mauro Bergamasco, ex rugbista di fama internazionale con all’attivo oltre 100 caps in Nazionale e quattro titoli nazionali tra Italia e Francia, racconta a TheSportSpirit dei suoi inizi nel mondo della palla ovale grazie al padre Arturo, anch’egli rugbista, di cosa significasse indossare la maglia della Nazionale e cosa volesse dire sfidare i mitici All Blacks, affrontando inoltre il tema della pandemia che stiamo vivendo.

Quando è nata la sua passione per il rugby?

Il merito lo devo a mio padre, anch’egli rugbista con 4 presenze in Nazionale, il quale, quando avevo 5-6 anni, iniziò a portarmi agli allenamenti della squadra under 11 di Selvazzano da lui allenata. Allora per me il rugby era un passatempo, un’attività da svolgere nel doposcuola per, diciamo così, dare sfogo alle energie. Con il passare del tempo è diventato però una vera e propria passione e, con un po’ di fortuna che non guasta mai, il mio lavoro.

Oltre che in Italia lei ha giocato anche all’estero, cosa ha significato questa esperienza?

Nella mia carriera, dopo aver militato per il Petrarca Padova e per tre stagioni a Treviso, dove si respirava già aria di semiprofessionismo, nacque in me la volontà di fare un’esperienza all’estero che mi mostrasse cosa fosse il rugby fuori dall’Italia avendo la necessità, essendo un giocatore di livello internazionale, di evolvermi di continuo. Emigrai quindi in Francia dove giocai per 8 anni con lo Stade Français, il che significò fondamentalmente due cose: per primo sdoganarmi dall’Italia andando quindi ad aprirmi a nuove visioni del mio sport e per secondo andando a raggiungere, giocando con costanza in una piazza come Parigi, tra l’altro con mio fratello, la vera e propria consacrazione a livello internazionale.

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Che emozione provava nel vestire la maglia Azzurra?

La maglia della nostra Nazionale è ambita da qualsiasi sportivo e, quando capisci di aver creato man mano le condizioni per indossarla veramente, ti rendi conto come questo sia un punto di partenza e non di arrivo. Lo sport, evolvendosi di continuo, ti mette nella situazione in cui devi avere la capacità di adattarti per riuscire a rimanere all’apice ed essere quindi ulteriormente convocato dalla Nazionale. Anch’io ho dovuto affinare tale capacità in quanto, avendo fatto parte degli Azzurri per 18 anni, risultava normale che, non solo come giocatore ma anche come persona, cambiassi nell’arco del tempo. Ricordo perfettamente tutto l’iter che constava nella lettera di convocazione che giungeva a casa, nella telefonata del team manager o dell’allenatore nella quale mi si preannunciava la chiamata in azzurro per la prossima partita, fino alla discesa in campo. Tutto questo lasso di tempo era scandito dalla tensione della vigilia del match oltre che dall’attenzione, la concentrazione e la volontà di dare sempre il massimo per avere la chance di rivestire la maglia azzurra. Mi tornano poi in mente le emozioni di giocare in stadi da 70-80.000 posti tutti esauriti, le luci, il profumo dell’erba e degli spogliatoi, gli sguardi degli avversari, il tutto propedeutico al fischio d’inizio dopo il quale si iniziava a combattere in campo.

A proposito di Nazionale, com’è stato affrontare i mitici All Blacks?

Giustamente sono mitici per tutto quello che fanno ed hanno vinto nella storia della palla a ovale oltre che per il fatto di rappresentare la Nuova Zelanda la quale guida l’evoluzione, sia in termini di gioco che di regolamento, del rugby. Tutto questo è verissimo però non bisogna dimenticare come alla fine siano 15 uomini anche loro come noi. Questo è fondamentale ricordarselo durante la partita altrimenti è facile cadere nella disillusione del fatto che, essendo gli All Blacks, subirai una sconfitta cocente. Io ed i miei compagni abbiamo sempre provato a mantenere un certo contegno quando andavamo a sfidarli consci di avere difronte la squadra più forte del mondo o, per lo meno, una delle più attrezzate. Quando li affrontavo cercavo di mettere in campo, nell’arco degli 80 minuti, il miglior gioco, la miglior attitudine ed il miglior temperamento possibili. Ricordo sempre con piacere come attorno a questi match si creasse un’atmosfera ed un clima che rendevano magico il tutto, andando quindi a dar vita ad una serie di eventi attorno alla partita che diventava anch’essa evento.

Come vede il rugby italiano attualmente?

Il nostro rugby è in continua evoluzione alla ricerca di un equilibrio, ossia di una strada propria, ma noto con disappunto come non ci diamo il tempo sufficiente per perseguire questo percorso affinché si possa giungere a dei risultati. Sono però ottimista nel vedere come moltissimi giovani abbiano compreso cosa sia il rugby ad alti livelli e come si stia seguendo la strada tracciata, non solo a livello personale, ma anche di club, per arrivare ai massimi livelli. Ritengo quindi come ci sia la necessità di riformare tutte le forze che stanno operando e che si stanno confrontando, avendo come scopo quello di colmare il gap che si è creato con i movimenti rugbistici più competitivi.

Lei come sta vivendo questo difficile periodo di pandemia?

Personalmente sono a casa con la mia famiglia ed ammetto come, più si va avanti, e più è difficile creare una routine di vita quotidiana che non stanchi. Concretamente, oltre ad occuparmi dei miei famigliari, sono spesso al telefono per motivi di lavoro e mi dedico allo studio. Bisogna prendere coscienza, in quanto è una questione di senso civico, che, disobbedendo ai divieti, andiamo a ledere la libertà di altri. Se un mese fa avessimo tutti fatto maggiore attenzione adesso non saremmo arrivati ad una situazione di reclusione che sfiora il coprifuoco.

Professionalmente parlando posso dire che, da allenatore delle giovanili del Petrarca, ci siamo attivati, attraverso il centro studi, a fare degli incontri via internet per trovare una sorta di continuità di rapporto tra la società ed i ragazzi e le loro rispettive famiglie. Il tutto è fatto per dare un qualcosa di più, un valore aggiunto, alla routine giornaliera dei nostri giovanissimi atleti ai quali non è facile far comprendere come non si possa scendere in campo e correre. Da sportivo posso poi affermare la mia totale condivisione nella decisione di bloccare i campionati perché stiamo vivendo una situazione eccezionale, pur comprendendo, ci mancherebbe altro, gli interessi economici di sponsor e quant’altro.

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Mi sento in dovere poi di lanciare un messaggio affinché tutti noi si debba avere un po’ più di accortezza per facilitare e velocizzare il processo di fuoriuscita da questa crisi perché, come uso dire, determinare il quando si potrà tornare ad una vita normale dipende dai nostri comportamenti. Ognuno di noi poi ha la propria opinione e la pensa a modo suo, ma la cosa più importante è creare le condizioni per fare in modo che la maggior parte delle persone contribuiscano per far concludere il prima possibile questa clausura. A tal proposito mi viene in mente quanto è accaduto in Gran Bretagna dove si è passati, in una settimana, dall’idea di “immunità di gregge” al chiudere tutto bloccando anche, giustamente a mio parere, i campionati e dichiarandoli finiti.