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STORIA DI UN VIAGGIO, DI MTB E DI UNA SFIDA CON SE STESSI

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Gara di Mountain Bike in 5 tappe, per un totale di 431 km di distanza e 4.200mt di  dislivello.

E’ stata la mia prima gara in MTB a tappe da sola: decido di partecipare  durante una grigliata di paese a fine agosto, con l’incoscienza che mi contraddistingue quando affronto queste sfide. Non seguo nessuna tabella di allenamento, arrivo da una stagione di gare marathon. Cerco in ogni caso di uscire sia il sabato sia la domenica per abituare il corpo a pedalare due giorni di fila. Ovviamente la preparazione avrebbe dovuto essere totalmente diversa, ma se non altro ne sono consapevole! 

Detto e fatto, ad ottobre parto per il Marocco con i due amici italiani che condivideranno con me quest’avventura.

Giorno uno.  MIDELET – TAGOUDIT:  63 KM di distanza e   945mt di dislivello

Alla partenza della gara mi sento completamente fuori luogo, agitatissima e sempre più cosciente di non essere preparata in modo adeguato, soprattutto vedendo gli altri partecipanti.

Iniziamo:  pedalata dopo pedalata, attraversando i primi paesaggi marocchini fatti di immense distese di nulla e sterrati che portano a zone collinari completamente brulle, mi pervade una sensazione di avventura pura.  

Durante l’attraversamento di un villaggio – per fortuna in gruppo – troviamo un blocco di pietre sulla strada che ci fa rallentare. Un gruppo di ragazzini uscito dal nulla inizia a tirarci delle pietre addosso: non ci vogliono lì! Il loro villaggio non deve essere invaso da noi bikers e provo per la prima volta  un senso di disagio e di invadenza.

Arrivo al traguardo e come una bambina affamata, vado al ristoro. L’organizzazione mi avvisa che bisogna prendere un pulmino (circa una mezz’oretta di viaggio) per arrivare all’albergo e  decido di aspettare i miei amici al traguardo per poi fare il viaggio di rientro insieme. All’arrivo in albergo, capisco quanto sia importante a fine tappa avere il tempo per riposarsi e prepararsi per il giorno successivo ed entro mentalmente nel mondo “gara a tappe”: appena arrivata devi immediatamente proiettatarti su quella successiva.

Giorno 2. AGDAL – TAMTATOUCHT 101 KM di distanza e  1465mt di dislivello.

Siamo in montagna, pazzesco, ci sono i pini come da noi e pure gli impianti da sci, villaggi dispersi e distese infinite, che bei panorami! 

Di nuovo mi pervade questa strana sensazione, come se mi sentissi in colpa per essere lì, quasi irrispettosa nel passare attraverso villaggi sperduti, come se stessimo invadendo il loro mondo. Attraverso paesini, vedo i bimbi che vanno a scuola, donne che lavavano i panni nel fiume, che puliscono fuori dalle loro piccole case e che coltivano.

In questa tappa capisco e imparo che ogni cultura è da rispettare ed accetto anche gli sguardi puntati addosso degli uomini: impossibile non accorgersene. Quattro donne in gara mezze nude e “pedalanti” ai loro occhi non possono che essere delle poco di buono. 

Inizio un viaggio in me stessa, pedalo in solitudine, ammiro gli svariati paesaggi e penso alle persone a me care scomparse, al mio amore perduto, ma anche a trovare la giusta connessione tra mente e corpo per assecondarlo e trovare in me la forza per portare a termine la gara.

Questa tappa la gestisco bene e la chiudo come vincitrice.

Giorno 3. THINGHIR – THIGHIRNA 113 KM di distanza e  1260mt di dislivello.

Ancora in montagna, poi il paesaggio muta e ci troviamo ad attraversare, spingendo la MTB, un torrente completamente secco che sembra non finire mai.  La stanchezza inizia a farsi sentire, entro in una crisi di “isterismo da fatica” già conosciuto in altre gare e cerco di gestirlo km per km per arrivare al traguardo.  Arrivo in albergo stravolta, i miei amici mi obbligano a mangiare anche se ho lo stomaco chiuso per la fatica, ho bisogno del mio compagno ghiaccio per le ginocchia che si lamentano e mi sono pure uscite le piaghe nelle zone intime a causa del sellino! Inizio ad avere paura di non farcela a finire le prossime tappe, ma cerco di calmarmi: una crema cicatrizzante per le piaghe e una telefonata al mio santo ortopedico per “gestione” ginocchia.

Per la fatica, il mio stomaco ha iniziato a voler tutt’altro rispetto alle mie abitudini. Abbandono barrette e sali minerali e per passare ad acqua, coca-cola, biscotti al cioccolato, frutta secca e datteri.

Inoltre, con mio grande stupore, a colazione lascio il cibo dolce – pane e marmellata – e inizio con pane e formaggio: ho bisogno di salato! Incredibile come la fatica ti porti a questi adeguamenti del corpo.

Giorno 4. TAMARNA – ERG CHEBBI 93 KM di distanza e  339mt di dislivello.

Si parte e inaspettatamente la mia rivale spagnola mi propone di farla insieme! Accetto senza pensarci perché questa è una tappa di attraversamento del deserto di Merzouga, è  facile perdere le tracce e la sua compagnia mi allevierà sicuramente il dolore alle parti intime, alle ginocchia e la fatica. E’ una tappa magnifica! Pedalare e  camminare sulle dune del deserto, la sabbia finissima che ti entra ovunque, il venticello che la smuove: per un attimo non siamo stati rivali di gara ma un semplice gruppo di bikers in mezzo a un mare di sabbia. Dopo gli spazi immensi nel nulla, ecco finalmente il gonfiabile del traguardo che passo mano nella mano alla mia rivale, oggi compagna di gara, spagnola: tagliamo il traguardo insieme, wow, che bellissima esperienza di condivisione con una donna!

Arrivo in albergo, mi guardo allo specchio il mio viso è trasformato dalla fatica, le piaghe iniziano pure a sanguinare e le mie ginocchia sono sempre più arrabbiate. Dopo un bel pianto liberatorio, raggiungo i miei amici sulle dune di sabbia e ci godiamo insieme il magnifico tramonto contemplando l’immensità del deserto.

Giorno 5. ERG CHEBBI – ERFOUD 61 KM di distanza e  193mt di dislivello.

Arriva la partenza dell’ultima tappa,  sono in panico totale, non riesco a stare in sella dal male alle zone basse. Vedo la biker spagnola alla partenza e la saluto. E’ la favorita della gara. 

I miei amici mi spiegano che la tappa fatta insieme ieri è stata pura strategia: essendo io potenzialmente più forte,  farla insieme avrebbe dovuto servire a ridurre il mio tempo di vantaggio, mentre in quest’ultima, essendo pianeggiante, lei sarebbe andata più forte.

Ed io che ero semplicemente felice di poter condividere una tappa di gara con una ragazza spagnola a me sconosciuta? Troppo sentimentale, come sempre!

In ogni caso ho davvero male. Parto o non parto?

“Simo, cazzo, sali in sella, non puoi mollare ora!” mi scuotono.

Hanno ragione, devo salire e non pensare al male, ma come si fa? Provo allora ad appoggiarmi sulla sella cercando di muovermi il meno possibile e decido di seguire la mia rivale, così non dovrò pensare ad altro se non gestire il dolore. Si parte, saluto il deserto che lasciamo alle nostre spalle: la tappa è quasi del tutto pianeggiante su sterrati anche sabbiosi. Purtroppo verso gli ultimi km, neanche il panorama e le canzoni mi aiutano e mollo. Il distacco con la spagnola aumenta: la lascio andare e mi perdo nello sconforto. 

Mi sento ingenua: per me questa gara era solo una sfida contro me stessa, da portare a termine, ma senza pensare alla classifica o peggio ancora alle strategie di gara, come ho sempre affrontato tutte le mie avventure. Per fortuna la mia testa mi ricorda che non avrò un’altra possibilità e non so dove trovo quell’ultima determinazione che mi porta al tanto desiderato gonfiabile. Appena taglio il traguardo, vengono tutti a congratularsi con me e capisco non solo di aver portato a termine la mia avventura marocchina, ma anche di aver magicamente  vinto l’assoluta femminile!

Simona Bruno